In questo romanzo di Enrico Pietrangeli ci si ritrova nelle
vicende di un adolescente, ambientate nella Roma dei tardi anni Settanta. In un
tempo andato con biglietto di ritorno, questo il titolo. E che vuol dire?
Proviamo a pensarci: se biglietto in questa accezione indica un “piccolo
stampato, che viene usato come contrassegno del diritto acquisito, mediante
pagamento dell’importo relativo, di usufruire di pubblici servizi o di
assistere a spettacoli” (Devoto-Oli), un biglietto di ritorno serve
precisamente per riportarci, dopo essere stati da qualche altra parte, dove già
siamo. “Dove siamo”, per così dire, è “il posto dove vanno tutti”, oppure
quello “la cui presenza ci accomuna”, che può pertanto situarsi in ogni tempo,
passato, presente e futuro, e che rappresenta, nel suo senso letterale, quel
che si dice un luogo comune. Ora “luogo comune”, già definito topos in
Aristotele, a livello retorico e stilistico indica il motivo, o la
configurazione di più motivi, che vengono ripresi con maggiore frequenza in una
scrittura o in un discorso: grosso modo, il repertorio e le scalette più usate
per “avere presa”. L’utilizzo di motivi generici che rendano efficace un topos
può decadere in banalità (originariamente indica le servitù obbligate nel
sistema feudale) e stereotipi (originariamente il dispositivo tipografico per
la stampa in serie). A ciò possiamo far risalire l’uso deteriore
dell’espressione “luogo comune”. Prendiamo quest’altra prospettiva: se un
biglietto si stampa per viaggiare, un romanzo si scrive per raccontare delle
storie. Un romanzo, per chi sappia entrarci e uscirne, ci porta sempre da
qualche altra parte, è come un biglietto di andata e ritorno per ogni spazio
tempo andato e a venire. E storie personali e vissuti collettivi vi si
intrecciano, definendo il clima di epoche e di periodi. Inoltre, i tempi andati
esercitano sui tempi a venire un’influenza che prescinde dalla successione
degli eventi: il tempo non ha solo la direzione per cui il presente è determinato
da ciò che è accaduto, ma anche quella per cui l’idea di un futuro sollecita
l’immagine di un passato, al quale ci si appella come a un’utopia. Utopia,
l’inevitabile luogo comune della nostra impossibile esperienza. Il romanzo di
Enrico Pietrangeli racconta di un “dove siamo” senza età come quella
adolescenziale contestualizzato in un periodo quasi rimosso dalla nostra
“attualità”, in un mondo che sembra più mosso da influenze induiste e zen che
giudeo-cristiano. Quello che emerge è che gli anni Settanta, nei loro stessi
luoghi comuni (e la “topografia” del periodo è offerta già dai capitoli
dell’indice) hanno espresso in maniera dichiarata la caduta di compromessi
comunicativi, come banalità e stereotipi, dall’interno della stessa società di
massa, facendo prevalere, in modo provocatorio e trasgressivo e contro ogni
buonsensismo “normaloide”, caratteristiche che ci sembra di riconoscere in
queste: unione di impegno ed emozione, comunicazione indirizzata alla
partecipazione, emancipazione ma anche responsabilità, ricerca interiore e
culto del viaggio, e soprattutto, musica, come presenza eloquente e continua,
elemento di aggregazione comunitaria, ma anche oracolo privato e rifugio
estremo: infatti una smisurata e squisita selezione musicale rappresenta non
solo la colonna sonora ma anche l’ambiente della storia qui narrata. Può
servire, al filologo o al rocchettaro, l’elenco secco delle presenze musicali,
di cui riportiamo in ordine di apparizione solo quelle dei primi quattro
capitoli: George Harrison, Stevie Wonder, Carlos Santana, New Trolls, Leonard
Shankar, Muñoz, John Mcloughin, Oregon, Saro Liotta, Steve Hillage, Ibis,
Claudio Rocchi, Leo Valeriano, Janus, Francesco Guccini, Crosby, Stills, Nash
& Young, Patti Smith, Giorgio Gaber, Beatles, Pink Floyd, Ekseption, Focus,
Van Leer, Sweet Smoke, Claudio Lolli, Fabrizio De Andrè, Jethro Tull, Stephen
Stills, Sex Pistols, Duran Duran, Bauhaus. Inoltre fra queste pagine, scritte
con stile colloquiale e con ampie “campionature” dalla lingua parlata, compaiono
un angelo che porta messaggi in versi, e strumenti con cui la gente comunica a
distanza. Ma lontana dalla “new age” e dalla “società della comunicazione”, è
la condizione di innocenza/esperienza “fricchettona” descrittavi, pressappoco
comune a molti adolescenti nati nell’arco di almeno tre decenni, e condivisa da
personaggi di età, estrazione sociale e professioni molto differenziate, la cui
attitudine sembrerebbe caratterizzarsi per una intelligenza del sentire aperta
alla considerazione del bene comune. “Del resto, il “movimento” fu una
coinvolgente e irripetibile esperienza con condivisione dei bisogni e idealità
nello spontaneismo associativo: nelle scuole, nelle piazza e persino nelle
fabbriche. Ovunque si consumò una breve, ma esaltante, stagione di sogni.”
Nonostante le speranze deluse e le promesse sbagliate di quegli anni (eroina,
terrorismo e compromesso storico compresi), gli occhi dei vent’anni
sopravvivono allo scorrere del tempo in questa storia che segue il suo
protagonista in tutte le stazioni della sua “formazione”, temi topici di ogni
vicenda come l’amore e la morte, l’impegno e lo sradicamento, l’esilio e il
ritorno. Lorenzo ci accompagna come puntuale DJ della sua vita quotidiana, e
infine lo troviamo a raccontarsi attorno ad una bancarella di dischi. In
chiusura del romanzo, viene suggellato il parallelismo con chi scrive:
indirettamente, è suggerito anche quello con chi legge; nella nota introduttiva
l’autore si distacca comunque anche dal narratore, “personaggio
d’immaginazione”. La letteratura rappresenta quindi qualcos’altro, che lega
scrittura e lettura in modi obliqui che non dipendono tanto da meccanismi di
identificazione, quanto da processi di differenziazione, in cui sostanzialmente
chi scrive si legge e si rilegge, e chi legge riscrive ciò che è scritto. In
attesa di quella storia che non conosciamo ma capace, forse, di aprirci alla
nostra.
Claudio Comandini

Nessun commento:
Posta un commento