Enrico Pietrangeli

Enrico Pietrangeli

domenica 10 giugno 2012

Senza età


In questo romanzo di Enrico Pietrangeli ci si ritrova nelle vicende di un adolescente, ambientate nella Roma dei tardi anni Settanta. In un tempo andato con biglietto di ritorno, questo il titolo. E che vuol dire? Proviamo a pensarci: se biglietto in questa accezione indica un “piccolo stampato, che viene usato come contrassegno del diritto acquisito, mediante pagamento dell’importo relativo, di usufruire di pubblici servizi o di assistere a spettacoli” (Devoto-Oli), un biglietto di ritorno serve precisamente per riportarci, dopo essere stati da qualche altra parte, dove già siamo. “Dove siamo”, per così dire, è “il posto dove vanno tutti”, oppure quello “la cui presenza ci accomuna”, che può pertanto situarsi in ogni tempo, passato, presente e futuro, e che rappresenta, nel suo senso letterale, quel che si dice un luogo comune. Ora “luogo comune”, già definito topos in Aristotele, a livello retorico e stilistico indica il motivo, o la configurazione di più motivi, che vengono ripresi con maggiore frequenza in una scrittura o in un discorso: grosso modo, il repertorio e le scalette più usate per “avere presa”. L’utilizzo di motivi generici che rendano efficace un topos può decadere in banalità (originariamente indica le servitù obbligate nel sistema feudale) e stereotipi (originariamente il dispositivo tipografico per la stampa in serie). A ciò possiamo far risalire l’uso deteriore dell’espressione “luogo comune”. Prendiamo quest’altra prospettiva: se un biglietto si stampa per viaggiare, un romanzo si scrive per raccontare delle storie. Un romanzo, per chi sappia entrarci e uscirne, ci porta sempre da qualche altra parte, è come un biglietto di andata e ritorno per ogni spazio tempo andato e a venire. E storie personali e vissuti collettivi vi si intrecciano, definendo il clima di epoche e di periodi. Inoltre, i tempi andati esercitano sui tempi a venire un’influenza che prescinde dalla successione degli eventi: il tempo non ha solo la direzione per cui il presente è determinato da ciò che è accaduto, ma anche quella per cui l’idea di un futuro sollecita l’immagine di un passato, al quale ci si appella come a un’utopia. Utopia, l’inevitabile luogo comune della nostra impossibile esperienza. Il romanzo di Enrico Pietrangeli racconta di un “dove siamo” senza età come quella adolescenziale contestualizzato in un periodo quasi rimosso dalla nostra “attualità”, in un mondo che sembra più mosso da influenze induiste e zen che giudeo-cristiano. Quello che emerge è che gli anni Settanta, nei loro stessi luoghi comuni (e la “topografia” del periodo è offerta già dai capitoli dell’indice) hanno espresso in maniera dichiarata la caduta di compromessi comunicativi, come banalità e stereotipi, dall’interno della stessa società di massa, facendo prevalere, in modo provocatorio e trasgressivo e contro ogni buonsensismo “normaloide”, caratteristiche che ci sembra di riconoscere in queste: unione di impegno ed emozione, comunicazione indirizzata alla partecipazione, emancipazione ma anche responsabilità, ricerca interiore e culto del viaggio, e soprattutto, musica, come presenza eloquente e continua, elemento di aggregazione comunitaria, ma anche oracolo privato e rifugio estremo: infatti una smisurata e squisita selezione musicale rappresenta non solo la colonna sonora ma anche l’ambiente della storia qui narrata. Può servire, al filologo o al rocchettaro, l’elenco secco delle presenze musicali, di cui riportiamo in ordine di apparizione solo quelle dei primi quattro capitoli: George Harrison, Stevie Wonder, Carlos Santana, New Trolls, Leonard Shankar, Muñoz, John Mcloughin, Oregon, Saro Liotta, Steve Hillage, Ibis, Claudio Rocchi, Leo Valeriano, Janus, Francesco Guccini, Crosby, Stills, Nash & Young, Patti Smith, Giorgio Gaber, Beatles, Pink Floyd, Ekseption, Focus, Van Leer, Sweet Smoke, Claudio Lolli, Fabrizio De Andrè, Jethro Tull, Stephen Stills, Sex Pistols, Duran Duran, Bauhaus. Inoltre fra queste pagine, scritte con stile colloquiale e con ampie “campionature” dalla lingua parlata, compaiono un angelo che porta messaggi in versi, e strumenti con cui la gente comunica a distanza. Ma lontana dalla “new age” e dalla “società della comunicazione”, è la condizione di innocenza/esperienza “fricchettona” descrittavi, pressappoco comune a molti adolescenti nati nell’arco di almeno tre decenni, e condivisa da personaggi di età, estrazione sociale e professioni molto differenziate, la cui attitudine sembrerebbe caratterizzarsi per una intelligenza del sentire aperta alla considerazione del bene comune. “Del resto, il “movimento” fu una coinvolgente e irripetibile esperienza con condivisione dei bisogni e idealità nello spontaneismo associativo: nelle scuole, nelle piazza e persino nelle fabbriche. Ovunque si consumò una breve, ma esaltante, stagione di sogni.” Nonostante le speranze deluse e le promesse sbagliate di quegli anni (eroina, terrorismo e compromesso storico compresi), gli occhi dei vent’anni sopravvivono allo scorrere del tempo in questa storia che segue il suo protagonista in tutte le stazioni della sua “formazione”, temi topici di ogni vicenda come l’amore e la morte, l’impegno e lo sradicamento, l’esilio e il ritorno. Lorenzo ci accompagna come puntuale DJ della sua vita quotidiana, e infine lo troviamo a raccontarsi attorno ad una bancarella di dischi. In chiusura del romanzo, viene suggellato il parallelismo con chi scrive: indirettamente, è suggerito anche quello con chi legge; nella nota introduttiva l’autore si distacca comunque anche dal narratore, “personaggio d’immaginazione”. La letteratura rappresenta quindi qualcos’altro, che lega scrittura e lettura in modi obliqui che non dipendono tanto da meccanismi di identificazione, quanto da processi di differenziazione, in cui sostanzialmente chi scrive si legge e si rilegge, e chi legge riscrive ciò che è scritto. In attesa di quella storia che non conosciamo ma capace, forse, di aprirci alla nostra.

Claudio Comandini



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