Enrico Pietrangeli

Enrico Pietrangeli

domenica 13 maggio 2012

Istanbul: apotropaico binomio


     O:  <Ad Istanbul (o “Altrove” è lo stesso) tra intime pubblicità>,  (immaginandomi al posto dell’autore) perché - a prescindere già da Enrico  Pietrangeli. - , oggi nel mondo intero certe cose intime sono comunemente rese spettacolo… senza essere spettacolarmente pubbliche: da spectare, osservare…

     Stecchetti: Son come il frutto fradicio / dentro e che serba il suo color di fuora/ Donna, ti sembro giovine /  e sono un morto, che cammina ancora”.  <Le parole fanno le idee>  ribadiva Guglielmo Sanucci, teologo: e tale epigrafe, stralciata dalla X di <Postuma>,  introducente il testo poetico, ribadisce, come martello sulla punta ricurva del chiodo, un concetto che non solo rischia di far presa autobiografica sempre più forte su Enrico Pietangeli, ma anche in chi - aprendo il libro -, fin dalla prima pagina, si trova identicamente martellato: le parole evocano immagini; le immagini, siano esse proprie o virtuali, marchiano nel profondo come una marchiatura - ma continua - fatta a una bestia. <Chiusa per sempre ho l’anima alle dolci lusinghe ed ai conforti. Donna non mi sorridere; donna non mi tentar; rispetta i morti> aggiunge Stecchetti-Olindo: è una chiusa che suggella la chiusura di un’anima, inventata o meno che sia, che comunque vien fatta esistere come impenitente e ribelle volontà di non volere: Don Giovanni Tenorio, che voluttuosamente zoombeggia verso le infiammanti passioni di un proprio inferno. E’ questa la posizione di Enrico Pietrangeli? E’ questa la posizione di cui compiacersi, anche dei lettori, che troveranno altri elementi echeggianti gli allora maudits francesi?
     In tal epigrafe può solo essere un aspetto riflettente l’esistenza del cugino di Olindo Guerrini, morto tisico: racchiudere tutto il libro in tale verso, è immediatamente rivelare quale leit motiv, orrificamente incombente con i versi di un altro, una condizione esistenziale propria, sì, ma anche universale: l’incompatibilità dell’uomo con la donna, quando la si cerca, e desidera, come Mà-donna, e madre, allorché la si avverte non comprensiva; ma è di base per tutti il conflitto, e la diversità fra le generazioni; e ancora come Madre Terra, in cui - consciamente o inconsciamente - tendere a rifugiarsi (seppure come verme… o - come suo incestuoso figlio - con pala a dissodarne il dermo-terreno per farne una fossa, e penetrarla con preambolici atti clitoridei, e poi con tutto se stesso penetrarla,  fino a tutto se stesso penetrare, fino a morire là, dove anche si nasce (e si rinasce, in ciclico corso e ricorso geostorico, o antico succedersi di palingenesi e apokatastasi)… ma sazio di <eros-piacere>, seppure accompagnato da <tanathos-dispiacere>. E qui oximoro vero si manifesta, ma è comune a tutti gli uomini: fallica-religio, apotropaico binomio, che per sentirsi vitalisticamente desti in una esistenza da perpetuare, quella della apparenze,  si vuol tenere lontana una morte (e le sue tante piccoli morti che la precedono), che puntualmente riappare <nel dispiacere del  non solo  <nerbo ferito>, che decade dopo i raptus masturbatori, che rendono il maschio come solitario Onan, anche con femmina giacendo. E le Poesie  rappresentano una parte per il tutto; o sono piuttosto la descrizione di una parte del tutto (di taluni atti):  comunque, entrambe allusive di un atto d’amore non  avvertito come centrale. Sentito forse come sostanzialmente non essente.
     E il giocare con le parole, usandole per scandalizzare, sapendo di scandalizzare, come fa Stecchetti, non lo assolve dall’aver comunque contribuito a creare disarmonici moti, intorno a sé, cosa che non può puntualmente non ritornare,  con i dovuti interessi a carico <della propria anima>, e - per chi non crede in essa - <di un proprio animo>.
     La mia indole è quella di un bonario canzonatore, ribadisce Olindo: <Eccoti o gran Stecchetti coi bugiardi tuoi vizi…>*
     “Può darsi che il satirico, fascinoso, dandistico  (?), Stecchetti Olindo (oppure Lorenzo Olindo?) abbia semplicemente giocato, e mal non gli sia incorso (ho i miei dubbi!), ma la chiara ispirazione, non  tanto alla sua vita, quanto alle parole dei suoi versi, in te, Enrico Pietrangeli, non pare realizzarsi tanto in semplice gioco: la memoria di colui che si dice ancora oggi burlone è in gran debito - forse -verso di te, e verso ogni lettore che soggiace al fascino, che è proprio e solo del dià-ballo.
     Quando Eros compie viaggi di piacere su femminile epidermide, lietamente accidentata di arabe olive e da luminosità ammiccanti,  proveniente dal cielo esteriore, e non si smaterializza distribuendosi in più profondi cieli interiori, che renda paolini <soma e sarx> un tutt’uno, (ed in intimo rapporto con sua psyké), ben si comprende che la copula dura forse l’atto di un coito, sul quale spermata e lucta si confondono in un pianto solo: gratifica, assuefà, abitudinarizza,… non si soddisfa una volta per tutte.
     E.P. fermo, in semovente, schermante campana di vetro nel mondo, con la sensazione di liberamente girare per il mondo:  Rumi, Stecchetti, Baudelaire, etc… sono nell’aria, oramai, di un eco-esistenza che anima, ma anche opprime: pulviscoli quanticamente ubiqui, con chi vi entra in sintonia.
     E.P. sembra dar voce a chiunque, anche a coloro ai quali par non passare per la testa niente né dell’arte, né del suo senso, più che del significato… abituati a concepire l’arte da valorizzare solo in quanto e quando procacciatrice di affari: presenza economica e di potere.
     Egli stesso passe-partout fra uomini e cose all’esterno e immagini e pensieri al suo interno. Come una sorta di pompa Na K rallentata,… un sorta di torpore estatico  nei movimenti sistolici e diastolici sul piano psico-biologico, e di riflesso sul piano letterario e poetico…: eco di pagano ditirambo,  orfico giambo, dionisiaca hybris… , e – in una sorta di melange, smorzato il tutto, nonché schermato.

     E gli occhi: principali rappresentanti in E.P. degli altri sensi sono come antichi ambrati vetri, schermanti una luce che giunga all’interno di un tempio, mitigata e soffusa: <e tu che t’offri nel raccontarti a me lettore, così ti vedo schermato, infastidito di me, ma non troppo, grazie a quei vetri e al tuo tempio. Corazzata tartaruga, al cui interno insegui pagane alchimie, per ottenere comunque vile metallo seppure essendo oro, finché resterà operante in Eros e in Bacco>.
     Poesie, parole scritte, palloncini, bolle, palloni, mongolfiere, dirigibili… tutte lievi vaganti, e poeticamente effimere…    Vagano, si lasciano sfiorare prive di peso, svigorite da una chiara certa volontà, LA NON VOLONTA’…. Sentimenti, emozioni, ragioni, pensieri,  tutti resi come innocenti apparenti vesciche, quali siamo noi, miseri corpi umani.
     Prosopoietico, indefinito, cosmopolita, apolide, anarchico, ribelle, dietro dentro e davanti alle immagini letterarie e linguistiche. Ermetico, ma non troppo; classico nel suo poetico prosare che vuole chiaramente descrivere e narrare, col desiderio di aprirsi e confessare tutto, ma… aperta la porta fino a un certo punto, fa per richiudere… <ermeticamente”, ma seppure schermandosi, si lascia adocchiare, né volentieri, né non volentieri.
     Non latore di messaggi, piuttosto un uomo che impiega parte della sua esistenza a riempirla anche di sé, assieme a quegli altri con cui fare cultura; cultura, anzi, come <coltivare per avere dei frutti>, ed  insieme cogli altri di cui non si può fare a meno: tu es embarquè! Diceva Blaise Pascal.
     Poesie rappresentanti una parte per il tutto, o descrizione di una parte di tutto: e comunque allusive.

PARTE SECONDA

 <VIAGGIA DA TE STESSO DENTRO DI TE>    -    jalal al din rumi

     Enrico Pietrangeli, nel suo titolo, cerca di coniugare - in un modo impossibile - l’intimità, che appartiene alla sfera privata, e quindi interiore, con il pubblico, che appartiene alla sfera esteriore, pubblica appunto; ed egli pare sostare sopra la soglia, tra un esterno che lo porta a viaggiare da sé fuori di sé, e un interno, cui guarda in pavento:  ma par che oda una voce:  <Viaggia da te stesso dentro di te>. 
     Epigrafe pag. 9  <Son come il frutto fradicio / dentro e che serba il suo color di fuora/ Donna, ti sembro giovine /  e sono un morto, che cammina ancora” (Lorenzo Stecchetti)
     Questa che diviene una emblematica introduzione non solo al libro, ma anche una  sintesi di consapevole proprio attuale status esistenziale, rivela comunque una sorta di autocompiacimento a permanervi, una rischiosa identificazione con antichi spettri. Un vortice inabissante da cui Baudelaire confessava – tronfiamente – di saper poi uscire: egli cercava l’ebbrezza non solo nell’assenzio, ma anche nella sperimentazione del male, dal quale – affermando di sentirsi forte e pronto – sarebbe riuscito scientificamente a ri-uscirne…. Nel suo <Mon coeur mis a nu> ha confessato tante cose – avrà conosciuto, studiando, senz’altro,  S.Agostino e le sue Confessioni: ma non pare sia riuscito – almeno storicamente – a dimostrare alcuna conversione.
     Enrico Pietrangeli dedica a Rumi una sua poesia, ed altre lo riecheggiano (<Non è l’amore che non trovo…>, che ricorda <Non ti ho detto…> di Rumi), ma ancora dedica all’hashish  una sua poesia rievocando ancora Baudalaire (& C.); indi, un suo mondo d’interni sotterranei, ove indugiando sopra “ … il corpo…  altra resina… labbra… desiderose… rilucenti seni… barocco sfarzoso (ma secondo me assolutamente non <essenziale>) … ara… dèi… iniziazione…>” lo vedono, in un vortice-anzi turbine, avvolto, scivolare giù verso il Re del Mondo (inutile dirne il nome, per non dargli importanza). E intanto Rumi, da ben altra dimensione, chiama in ben altro vortice: il primo ti sconvolge e risucchia tra spire sue, del secondo tu stai al centro, a signoreggiarlo, te signoreggiando
   
 <VIAGGIA DA TE STESSO DENTRO DI TE!> Ma non all’interno di un lucido corpo (soma) spolpato, che si muove per forza d’inerzia, e viaggia con le gambe scappando finché il motore non fonde, e ancora viaggiare osa - scappando però da sé fuori di sé. Il rischio della identificazione in tali immagini può solo rinforzare - come leit motiv del libro, e di riflesso come leit motiv della propria esistenza, o di una parte di essa, configurata nel libro stesso – che cosa, se non uno stato di indeterminatezza?
      Per non lasciarmi anch’io, come lettore, fagocitare dal  perpetuante anacronismo del tisico artista (Stecchetti, Olindo Guerrini, e dell’ attempato maledettismo di Baudelaire, Verlaine, Rimbaud, e dei turbamenti da essi promananti, non mi resta altro che – o non andare oltre la lettura della epigrafe introduttiva, o avventurarmi  in tale lettura, percorrendo un iter alternativo di sensazioni, portandomi all’ombra, o alla luce, gradita  di ciò che implicitamente trasmette un citato Jalal al din Rumi. Contrapporre immediatamente allo strascicante zombie di Guerrini-Stecchetti, il  roteante sufi nella sua danza derviscia. (e nel primo rito dei cinque tibetani).

            <VIAGGIA DA TE STESSO DENTRO DI TE!> Come lettore attento, e ricercatore, ho trovato grazie al Rumi cui par che tu particolarmente tenga, questo che è un invito innanzitutto per me, Fiore Leveque, oltre che per la umanità intera… ma come lettore privo di un qualche movente (materiale o spirituale che sia) a causa anche dello Stecchetti/leit-motiv, induce a ritrarmi… perdendo qualche occasione: lì è un dato di fatto, qui presso di te niente è scontato: innanzitutto perché sei ancora vivo, e non vegetante zombie, e poi perché - al al di là di un compiaciuto e compiacente riferimento puramente autobiografico,e non ancora letterario,ci sei <tu e quello che io chiamo il DIARIO STICO-FOTOGRAFICO, cui affidare, appunto con foto-stichici e borbottanti flashs, uno stato esistenziale già da te coscientizzato, quasi catartica anticamera, preconio di augurabile (ma pare non ancora desiderata) liberazione; cioè, a dirla con Benedetto Croce, fa capolino una sottesa volontà di realizzare, cui - non seguendo l’azione - si traduce in non volontà. Ma ciò è compreso nel m.c.d. della umanità intera.

     <VIAGGIA DA TE STESSO DENTRO DI TE!>      A che pro tanti riferimenti  bibliografici, la cui autorevolezza è data spesso proprio e solo a causa del filtro, o schermo, fra il nuovo e l’antico, più spesso semplicemente vecchio, visto che non sempre la fama corrisponde al valore, alla virtù? Tanto ciò che importa è esprimersi per esprimere, ed esprimere per esprimersi: e chiunque oggidì può farne motivo di arte (espressionistica, ad esempio). Si è in un calderone mass-mediale, ormai rovinosamente planetario. E’ possibile quindi riemergere, senza confondersi e omologarsi: TU SEI TU, ORA E BASTA! Siilo! Emergere innanzitutto da sé - oltre il proprio EGO, che il Sé immobilizza -, e senza far nient’altro che niente: l’emersione dell’intero te avviene ovunque deve avvenire e sempre.

     <VIAGGIA DA TE STESSO DENTRO DI TE!>   


QUALCHE COMMENTO IN VERSI DI FILEJAH AI VERSI DI ENRICO PIETRANGELI

NON E’ L’AMORE CHE NON TROVO: pag 20

Non è l’amore che non trovo, è un sentire morto, annichilito, pavido desiderio appassito.
Non è l’amore che non trovo, è la paura dei sentimenti tra impalpabili, ordinari orrori
Non è l’amore che non trovo, è una nauseante umanità per cui vomito inchiostro
Non è l’amore che non trovo ,è l’arido fondo di una coppa dove non scorre più il suo vino

     <Quattro momenti in testa / a una lista in sospeso / d’infiniti altri momenti / di rischiarata coscienza /
Ch’è proprio d’artista / e di invocante amore / ancor da capire, / da trovar – in ricerca - / … e Amor  in Rumii, / ch’è tutt’altro da Eros / pagano divo con cui / di norma  si convive>. Filejah

NON  TI  HO  DETTO  DI NON  SFUGGIRE  A  ME \ MI  TROVERAI  COME  UNA SORGENTE 
\ OVUNQUE  VAI  IN  QUEL  MIRAGGIO   \ PERSINO  SE  MI  ABBANDONI   \ CON  RABBIA  PER  CENTOMILA  ANNI  \ ALLA  FINE  RITORNERAI   \ VISTO  CHE  SONO  LA  TUA  CASA  FINALE. 

NON  TI  HO  DETTO \ DI  NON  ESSERE  INGANNATO  \ CON  I  LUSTRINI  NELLA  VITA  \
\ IO  SONO  LA  TUA  REALIZZAZIONE  FINALE. 
NON  TI  HO  DETTO  \ CHE  SONO  IL  MARE  E  TU  SEI  IL  PESCE  PICCOLO  \ MEGLIO  CHE  RIMANI  CON  ME   \ DI  NON  AVVENTURARTI  SULLE  SPONDE  SECCHE. 
NON  TI  HO  DETTO  \ DI  NON  ANDARE  VERSO  LA  TRAPPOLA  \ COME  L'UCCELLO  ALLETTATO  DALL'ESCA \ RITORNA  DA  ME, SONO  LA  TUA  FORZA  ILLIMITATA.
NON  TI  HO  DETTO  \  ALTRI  SPEGNERANNO  IL  TUO  FUOCO   \ RIMANI  CON  ME  CHE  TI  METTERO' 
IN  FIAMME  E SCALDERO'  LA  TUA  ANIMA. 
NON  TI  HO  DETTO  \ ALTRI  TI  DELUDERANNO   \ PERDERAI  LA  FONTE  \ DI  CONFORTO  CHE  TI  HO  TROVATO.  \ SE  SEI   ILLUMINATO  TRAMITE  \ LA  LANTERNA  DEL  TUO  CUORE  \ GUIDANDOTI   VERSO  LA  CASA  DI  DIO  \ GUARDAMI,  POTREI   ESSERE  LA  STRADA.                                                                                     JALAL -AD DIN  -RUMI

Grazie, Enrico Pietrangeli! Grazie per averci condotti a Jalal al din Rumi.







Fiore Leveque [Fonte: Segreti di Pulcinella]

Nessun commento:

Posta un commento