O: <Ad Istanbul (o “Altrove” è lo stesso) tra intime pubblicità>, (immaginandomi al posto dell’autore) perché -
a prescindere già da Enrico Pietrangeli.
- , oggi nel mondo intero certe cose intime sono comunemente rese spettacolo…
senza essere spettacolarmente pubbliche: da spectare, osservare…
Stecchetti:
Son come il frutto fradicio / dentro e che serba il suo color di fuora/
Donna, ti sembro giovine / e sono un
morto, che cammina ancora”. <Le parole fanno le idee> ribadiva Guglielmo Sanucci, teologo: e
tale epigrafe, stralciata dalla X di <Postuma>, introducente il testo poetico, ribadisce,
come martello sulla punta ricurva del chiodo, un concetto che non solo rischia
di far presa autobiografica sempre più forte su Enrico Pietangeli, ma anche in
chi - aprendo il libro -, fin dalla prima pagina, si trova identicamente
martellato: le parole evocano immagini; le immagini, siano esse proprie o
virtuali, marchiano nel profondo come una marchiatura - ma continua - fatta a
una bestia. <Chiusa per sempre ho l’anima alle dolci lusinghe ed ai
conforti. Donna non mi sorridere; donna non mi tentar; rispetta i morti>
aggiunge Stecchetti-Olindo: è una chiusa che suggella la chiusura di un’anima,
inventata o meno che sia, che comunque vien fatta esistere come impenitente e
ribelle volontà di non volere: Don Giovanni Tenorio, che voluttuosamente
zoombeggia verso le infiammanti passioni di un proprio inferno. E’ questa la
posizione di Enrico
Pietrangeli ? E’ questa la posizione di cui compiacersi, anche
dei lettori, che troveranno altri elementi echeggianti gli allora maudits
francesi?
In tal epigrafe
può solo essere un aspetto riflettente l’esistenza del cugino di Olindo
Guerrini, morto tisico: racchiudere tutto il libro in tale verso, è
immediatamente rivelare quale leit motiv, orrificamente incombente con i versi
di un altro, una condizione esistenziale propria, sì, ma anche universale:
l’incompatibilità dell’uomo con la donna, quando la si cerca, e desidera, come
Mà-donna, e madre, allorché la si avverte non comprensiva; ma è di base per
tutti il conflitto, e la diversità fra le generazioni; e ancora come Madre
Terra, in cui - consciamente o inconsciamente - tendere a rifugiarsi (seppure
come verme… o - come suo incestuoso figlio - con pala a dissodarne il
dermo-terreno per farne una fossa, e penetrarla con preambolici atti
clitoridei, e poi con tutto se stesso penetrarla, fino a tutto se stesso penetrare, fino a
morire là, dove anche si nasce (e si rinasce, in ciclico corso e ricorso
geostorico, o antico succedersi di palingenesi e apokatastasi)… ma sazio di
<eros-piacere>, seppure accompagnato da <tanathos-dispiacere>.
E qui oximoro vero si manifesta, ma è comune a tutti gli uomini:
fallica-religio, apotropaico binomio, che per sentirsi vitalisticamente desti
in una esistenza da perpetuare, quella della apparenze, si vuol tenere lontana una morte (e le sue
tante piccoli morti che la precedono), che puntualmente riappare <nel dispiacere
del non solo <nerbo ferito>, che decade dopo i
raptus masturbatori, che rendono il maschio come solitario Onan, anche con
femmina giacendo. E le Poesie
rappresentano una parte per il tutto; o sono piuttosto la descrizione di
una parte del tutto (di taluni atti):
comunque, entrambe allusive di un atto d’amore non avvertito come centrale. Sentito forse come
sostanzialmente non essente.
E il giocare
con le parole, usandole per scandalizzare, sapendo di scandalizzare, come fa
Stecchetti, non lo assolve dall’aver comunque contribuito a creare disarmonici
moti, intorno a sé, cosa che non può puntualmente non ritornare, con i dovuti interessi a carico <della
propria anima>, e - per chi non crede in essa - <di un proprio animo>.
La mia indole è
quella di un bonario canzonatore, ribadisce Olindo: <Eccoti o gran
Stecchetti coi bugiardi tuoi vizi…>*
“Può darsi
che il satirico, fascinoso, dandistico
(?), Stecchetti Olindo (oppure Lorenzo Olindo?) abbia semplicemente
giocato, e mal non gli sia incorso (ho i miei dubbi!), ma la chiara
ispirazione, non tanto alla sua vita,
quanto alle parole dei suoi versi, in te, Enrico Pietrangeli ,
non pare realizzarsi tanto in semplice gioco: la memoria di colui che si dice
ancora oggi burlone è in gran debito - forse -verso di te, e verso ogni lettore
che soggiace al fascino, che è proprio e solo del dià-ballo.
Quando Eros
compie viaggi di piacere su femminile epidermide, lietamente accidentata di arabe
olive e da luminosità ammiccanti,
proveniente dal cielo esteriore, e non si smaterializza
distribuendosi in più profondi cieli interiori, che renda paolini <soma e
sarx> un tutt’uno, (ed in intimo rapporto con sua psyké), ben si comprende
che la copula dura forse l’atto di un coito, sul quale spermata e lucta
si confondono in un pianto solo: gratifica, assuefà, abitudinarizza,… non si
soddisfa una volta per tutte.
E.P. fermo, in
semovente, schermante campana di vetro nel mondo, con la sensazione di
liberamente girare per il mondo: Rumi,
Stecchetti, Baudelaire, etc… sono nell’aria, oramai, di un eco-esistenza che
anima, ma anche opprime: pulviscoli quanticamente ubiqui, con chi vi entra in
sintonia.
E.P. sembra dar
voce a chiunque, anche a coloro ai quali par non passare per la testa niente né
dell’arte, né del suo senso, più che del significato… abituati a concepire
l’arte da valorizzare solo in quanto e quando procacciatrice di affari:
presenza economica e di potere.
Egli stesso
passe-partout fra uomini e cose all’esterno e immagini e pensieri al suo
interno. Come una sorta di pompa Na K rallentata,… un sorta di torpore
estatico nei movimenti sistolici e
diastolici sul piano psico-biologico, e di riflesso sul piano letterario e
poetico…: eco di pagano ditirambo, orfico giambo, dionisiaca hybris… , e – in
una sorta di melange, smorzato il tutto, nonché schermato.
E gli occhi:
principali rappresentanti in E.P. degli altri sensi sono come antichi ambrati
vetri, schermanti una luce che giunga all’interno di un tempio, mitigata e
soffusa: <e tu che t’offri nel raccontarti a me lettore, così ti vedo
schermato, infastidito di me, ma non troppo, grazie a quei vetri e al tuo
tempio. Corazzata tartaruga, al cui interno insegui pagane alchimie, per
ottenere comunque vile metallo seppure essendo oro, finché resterà operante in
Eros e in Bacco>.
Poesie, parole
scritte, palloncini, bolle, palloni, mongolfiere, dirigibili… tutte lievi
vaganti, e poeticamente effimere…
Vagano, si lasciano sfiorare prive di peso, svigorite da una chiara
certa volontà, LA NON
VOLONTA ’…. Sentimenti, emozioni, ragioni, pensieri, tutti resi come innocenti apparenti vesciche,
quali siamo noi, miseri corpi umani.
Prosopoietico,
indefinito, cosmopolita, apolide, anarchico, ribelle, dietro dentro e davanti
alle immagini letterarie e linguistiche. Ermetico, ma non troppo; classico nel
suo poetico prosare che vuole chiaramente descrivere e narrare, col desiderio
di aprirsi e confessare tutto, ma… aperta la porta fino a un certo punto, fa
per richiudere… <ermeticamente”, ma seppure schermandosi, si lascia
adocchiare, né volentieri, né non volentieri.
Non latore di
messaggi, piuttosto un uomo che impiega parte della sua esistenza a riempirla
anche di sé, assieme a quegli altri con cui fare cultura; cultura, anzi, come
<coltivare per avere dei frutti>, ed
insieme cogli altri di cui non si può fare a meno: tu es embarquè!
Diceva Blaise Pascal.
Poesie
rappresentanti una parte per il tutto, o descrizione di una parte di tutto: e
comunque allusive.
PARTE SECONDA
<VIAGGIA
DA TE STESSO DENTRO DI TE> - jalal al din rumi
Epigrafe pag. 9 <Son come il frutto fradicio / dentro e che
serba il suo color di fuora/ Donna, ti sembro giovine / e sono un morto, che cammina ancora” (Lorenzo
Stecchetti)
Questa che
diviene una emblematica introduzione non solo al libro, ma anche una sintesi di consapevole proprio attuale status
esistenziale, rivela comunque una sorta di autocompiacimento a permanervi, una
rischiosa identificazione con antichi spettri. Un vortice inabissante
da cui Baudelaire confessava – tronfiamente – di saper poi uscire: egli
cercava l’ebbrezza non solo nell’assenzio, ma anche nella sperimentazione del
male, dal quale – affermando di sentirsi forte e pronto – sarebbe riuscito
scientificamente a ri-uscirne…. Nel suo <Mon coeur mis a nu> ha
confessato tante cose – avrà conosciuto, studiando, senz’altro, S.Agostino e le sue Confessioni: ma non
pare sia riuscito – almeno storicamente – a dimostrare alcuna conversione.
<VIAGGIA
DA TE STESSO DENTRO DI TE!> Ma non all’interno di un
lucido corpo (soma) spolpato, che si muove per forza d’inerzia, e viaggia con
le gambe scappando finché il motore non fonde, e ancora viaggiare osa -
scappando però da sé fuori di sé. Il rischio della identificazione in tali
immagini può solo rinforzare - come leit motiv del libro, e di riflesso come
leit motiv della propria esistenza, o di una parte di essa, configurata nel
libro stesso – che cosa, se non uno stato di indeterminatezza?
Per non
lasciarmi anch’io, come lettore, fagocitare dal
perpetuante anacronismo del tisico artista (Stecchetti, Olindo Guerrini,
e dell’ attempato maledettismo di Baudelaire, Verlaine, Rimbaud, e dei
turbamenti da essi promananti, non mi resta altro che – o non andare oltre la
lettura della epigrafe introduttiva, o avventurarmi in tale lettura, percorrendo un iter
alternativo di sensazioni, portandomi all’ombra, o alla luce, gradita di ciò che implicitamente trasmette un citato
Jalal al din Rumi. Contrapporre immediatamente allo strascicante zombie di
Guerrini-Stecchetti, il roteante sufi
nella sua danza derviscia. (e nel primo rito dei cinque tibetani).
<VIAGGIA DA TE STESSO DENTRO DI TE!> Come lettore
attento, e ricercatore, ho trovato grazie al Rumi cui par che tu
particolarmente tenga, questo che è un invito innanzitutto per me, Fiore
Leveque, oltre che per la umanità intera… ma come lettore privo di un qualche
movente (materiale o spirituale che sia) a causa anche dello
Stecchetti/leit-motiv, induce a ritrarmi… perdendo qualche occasione: lì è un
dato di fatto, qui presso di te niente è scontato: innanzitutto perché sei
ancora vivo, e non vegetante zombie, e poi perché - al al di là di un
compiaciuto e compiacente riferimento puramente autobiografico,e non ancora
letterario,ci sei <tu e quello che io chiamo il DIARIO STICO-FOTOGRAFICO,
cui affidare, appunto con foto-stichici e borbottanti flashs, uno stato
esistenziale già da te coscientizzato, quasi catartica anticamera, preconio di
augurabile (ma pare non ancora desiderata) liberazione; cioè, a dirla con Benedetto
Croce, fa capolino una sottesa volontà di realizzare, cui - non seguendo
l’azione - si traduce in non volontà. Ma ciò è compreso nel m.c.d. della
umanità intera.
<VIAGGIA
DA TE STESSO DENTRO DI TE!> A che pro tanti riferimenti bibliografici, la cui autorevolezza è data
spesso proprio e solo a causa del filtro, o schermo, fra il nuovo e l’antico,
più spesso semplicemente vecchio, visto che non sempre la fama corrisponde
al valore, alla virtù? Tanto ciò che importa è esprimersi per
esprimere, ed esprimere per esprimersi: e chiunque oggidì può farne
motivo di arte (espressionistica, ad esempio). Si è in un calderone
mass-mediale, ormai rovinosamente planetario. E’ possibile quindi riemergere,
senza confondersi e omologarsi: TU SEI TU, ORA E BASTA! Siilo! Emergere innanzitutto
da sé - oltre il proprio EGO, che il Sé immobilizza -, e senza far nient’altro
che niente: l’emersione dell’intero te avviene ovunque deve avvenire e sempre.
<VIAGGIA
DA TE STESSO DENTRO DI TE!>
QUALCHE COMMENTO IN VERSI DI FILEJAH AI VERSI DI ENRICO PIETRANGELI
NON E’ L’AMORE CHE NON TROVO: pag 20
Non è l’amore che non trovo, è un sentire morto,
annichilito, pavido desiderio appassito.
Non è l’amore che non trovo, è la paura dei
sentimenti tra impalpabili, ordinari orrori
Non è l’amore che non trovo, è una nauseante
umanità per cui vomito inchiostro
Non è l’amore che non trovo ,è l’arido fondo di
una coppa dove non scorre più il suo vino
<Quattro
momenti in testa / a una lista in sospeso / d’infiniti altri momenti / di
rischiarata coscienza /
Ch’è proprio d’artista / e di invocante amore /
ancor da capire, / da trovar – in ricerca - / … e Amor in Rumii, / ch’è tutt’altro da Eros / pagano
divo con cui / di norma si convive>.
Filejah
NON TI HO DETTO DI
NON SFUGGIRE A ME \ MI TROVERAI COME UNA
SORGENTE
\ OVUNQUE VAI IN QUEL MIRAGGIO \ PERSINO SE MI ABBANDONI \ CON RABBIA PER CENTOMILA ANNI \ ALLA FINE RITORNERAI \ VISTO CHE SONOLA TUA
CASA FINALE.
NON TI HO DETTO \ DI NON ESSERE INGANNATO \ CON I LUSTRINI NELLA VITA \
\ OVUNQUE VAI IN QUEL MIRAGGIO \ PERSINO SE MI ABBANDONI \ CON RABBIA PER CENTOMILA ANNI \ ALLA FINE RITORNERAI \ VISTO CHE SONO
NON TI HO DETTO \ DI NON ESSERE INGANNATO \ CON I LUSTRINI NELLA VITA \
\
IO SONO LA TUA
REALIZZAZIONE FINALE.
NON TI HO DETTO \ CHE SONO IL MARE E
TU SEI IL PESCE PICCOLO \ MEGLIO CHE
RIMANI CON ME \
DI NON AVVENTURARTI SULLE SPONDE SECCHE.
NON TI HO DETTO \ DI NON ANDARE VERSO LA TRAPPOLA \
COME L'UCCELLO ALLETTATO DALL'ESCA \ RITORNA
DA ME, SONO LA
TUA FORZA ILLIMITATA.
NON TI HO DETTO \ ALTRI
SPEGNERANNO IL TUO FUOCO \ RIMANI CON
ME CHE TI METTERO'
IN FIAMME E SCALDERO'LA TUA ANIMA.
IN FIAMME E SCALDERO'
NON TI
HO DETTO \ ALTRI
TI DELUDERANNO \ PERDERAI LA FONTE \
DI CONFORTO CHE TI HO TROVATO. \ SE
SEI ILLUMINATO TRAMITE
\ LA LANTERNA
DEL TUO CUORE \ GUIDANDOTI VERSO LA CASA DI
DIO \ GUARDAMI, POTREI ESSERE LA STRADA.
JALAL -AD DIN -RUMI
Grazie, Enrico Pietrangeli !
Grazie per averci condotti a Jalal al din Rumi.
Fiore Leveque [Fonte: Segreti di Pulcinella]
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