Enrico Pietrangeli

Enrico Pietrangeli

domenica 13 maggio 2012

Il carattere a-norganico della nuova poesia: Enrico Pietrangeli


In un famoso poemetto in prosa di Baudelaire intitolato Perdita d’aureola tratto dallo Spleen di Parigi, due amici si incontrano sulla soglia di un bordello: sono un anonimo cittadino e un poeta che ha perso la propria aureola nel fango della strada, che ha perso il simbolo che lo contraddistingueva dagli altri uomini. Che cosa significa questo apologo? Che il poeta della modernità è innanzi tutto un uomo di tutti i giorni, costretto a confrontarsi con la realtà (leggi il mercato). La situazione non è mutata di una ette per quanto riguarda la condizione del poeta del tardo moderno, anzi, si è perfino aggravata per due ordini di ragioni: a) per la crisi irreversibile
della cultura delle avanguardie intervenuta nella seconda metà del Novecento; b) per la mancanza di un referente sociale (leggi la borghesia finanziaria). Nella situazione del tardo moderno il poeta
deve fare i conti con la tradizione e con l’anti-tradizione, con una cultura  che esprime un linguaggio poetico “normalizzato”, in altre parole, con la cultura ufficiale, e con una cultura che esprime un linguaggio problematico, che tenta la ricezione e la traduzione di esperienze significative. Questa doppia “solitudine” del poeta è la condizione di svantaggio nella quale si trova un intero genere artistico, il quale è irriconoscibile dalla cultura ufficiale, oppure è riconoscibile, e allora sarà operazione di conformismo e di trasformismo, ricezione acritica del suo contenuto di verità. In una parola, c’è in atto una frattura e una iattura e uno iato tra la cultura ufficiale dei paesi occidentali e la poesia, il nesso di irriconoscibilità che le unisce è il prodotto di una reciproca estraneità. Così la cultura ufficiale alleva e accudisce la poesia che edifica a propria immagine e somiglianza, una sorta di controfigura con segno rivoltato, un’arte “signorile”, addomesticata e frigidamente composta secondo lo sviluppo del canone prescelto.
Il  libro  di  Enrico  Pietrangeli  Ad  Istanbul  tra  pubbliche  intimità  (2007),  ci  rivela  un  autore  che  ha attraversato  questa  problematica  come  un  nomade  attraversa  il  deserto.  Come  un  nomade  che  ha attraversato  sia  la  Tradizione  che  l’Anti-tradizione.  La  solitudine  stilistica  della  poesia  di  Enrico Pietrangeli non è altro che il personale attraversamento della destrutturazione che ha colpito il discorso poetico del Novecento. Il carattere a-norganico deriva appunto dalla irriflessa presa di distanza da tutto ciò  che  di  “organico”  compone  il  panorama  delle  merci  del  mercato  globale  e  dalla  distanza  dalla quantità di stilizzazione portata dalla tradizione novecentesca. Pietrangeli vede un discorso ideologico nella tradizione  che tenta a tutti i costi di evitare. La stessa ossessione  per l’onanismo e il puttanesimo formano  la  religione  del  suo  tempo,  una  sorta  di  dandismo  della  suburra.  L’omaggio  “Alle  africane tunisine” segna l’equinozio con i paesaggi dell’anima: (“A Trieste, dannata frontiera,/ galleggiano fluttuanti nel porto/ profilattici con sembianze di meduse…”), la medesima impossibilità di descrivere un paesaggio che non sia  marchiato  dalla  presenza  di  “ordinari  orrori”,  tutto  ciò  ci  conferma  nella  nostra  ipotesi  che  ci troviamo  al  cospetto  di  una  poesia  a  metà  strada  tra  l’esposizione  dell’interiorità  e  la  conseguente pulsione all’inibizione di quella pulsione. L’esposizione della poesia sarebbe un po’ come la mostra delle
“pubbliche intimità”, qualche cosa dal sapore di clandestino e di ordinario, di indecoroso e di impudico. Ecco  perché  una  esperienza  significativa  è  data  da  episodi  assolutamente  ordinari  come  quella  dei  “tergicristalli  nella  pioggia”,  dal  titolo  di  una  poesia,  dove  il  verso  di  azione  è  declinato  all’infinito proprio per rimarcare quell’impermanenza:

Tergicristalli nella pioggia recidono
per poi nitida devolvere sublime tempesta
di nuovo padrona
su meccanico, alterno tempo
che mi scorre sul parabrezza

Oppure,  ricorrono  esperienze  rigorosamente  neutrali  e  neutralizzate,  naturalizzate  nel  lindore  delle buone abitudini  piccolo-borghesi (“Ti desidero così,/ dentro un tailleur spinato,/ gonna al ginocchio e collant…”;
“Hai preferito un bigotto, codardo cane addestrato/ che ti abbaiava festoso…”); le problematiche esistenziali sono rigorosamente  ridotte  alla  dimensione  della  cloaca:  (“Di  questo  sperma/  giunto  nello  spasmo/  di  una preghiera…”; “Scintille multicolori/ tornano al mio cielo:/ spermatozoi morenti/ nell’ancestrale amplesso”).
Enrico  Pietrangeli  utilizza  anche  la  strategia  della  serializzazione:  la  poesia  non  può  che  replicare, all’infinito, con variazioni o senza alcuna variazione, la medesima poesia ormai ridotta alla a-significanza
(vedi  le  14  versioni  della  medesima  composizione  titolata  “Il  Pazzo  [Print  re  mix]”).  Serializzazione dell’a-significante, con quel tranquillo incipit, pacificato e pacificatore nel mercato globale delle merci linguistiche della belligeranza universale: “È un lago fondo e chiaro”.
È  certo  un  fatto:  la  poesia  dei  “nuovi  autori”  si  trova  così  in  una  situazione  non  invidiabile,  nella situazione di un soldato che davanti a sé ha il campo minato dell’assenza di uno “stile” e, dietro di sé, ha un territorio bombardato che è stato lo “stile” del Novecento, ovvero la storia delle parentele e delle cointeressenze tra la quantità di stilizzazione applicata ai linguaggi poetici e gli interessi politico-letterari delle deputazioni letterarie. Una situazione non invidiabile e non emendabile.


Giorgio Linguaglossa


Da: APPUNTI SULLA NUOVISSIMA POESIA CONTEMPORANEA


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