In un famoso poemetto in prosa di Baudelaire intitolato
Perdita d’aureola tratto dallo Spleen di Parigi, due amici si incontrano sulla
soglia di un bordello: sono un anonimo cittadino e un poeta che ha perso la
propria aureola nel fango della strada, che ha perso il simbolo che lo
contraddistingueva dagli altri uomini. Che cosa significa questo apologo? Che
il poeta della modernità è innanzi tutto un uomo di tutti i giorni, costretto a
confrontarsi con la realtà (leggi il mercato). La situazione non è mutata di
una ette per quanto riguarda la condizione del poeta del tardo moderno, anzi,
si è perfino aggravata per due ordini di ragioni: a) per la crisi irreversibile
della cultura delle avanguardie intervenuta nella seconda
metà del Novecento; b) per la mancanza di un referente sociale (leggi la
borghesia finanziaria). Nella situazione del tardo moderno il poeta
deve fare i conti con la tradizione e con l’anti-tradizione,
con una cultura che esprime un
linguaggio poetico “normalizzato”, in altre parole, con la cultura ufficiale, e
con una cultura che esprime un linguaggio problematico, che tenta la ricezione
e la traduzione di esperienze significative. Questa doppia “solitudine” del
poeta è la condizione di svantaggio nella quale si trova un intero genere
artistico, il quale è irriconoscibile dalla cultura ufficiale, oppure è
riconoscibile, e allora sarà operazione di conformismo e di trasformismo,
ricezione acritica del suo contenuto di verità. In una parola, c’è in atto una
frattura e una iattura e uno iato tra la cultura ufficiale dei paesi
occidentali e la poesia, il nesso di irriconoscibilità che le unisce è il prodotto
di una reciproca estraneità. Così la cultura ufficiale alleva e accudisce la
poesia che edifica a propria immagine e somiglianza, una sorta di controfigura
con segno rivoltato, un’arte “signorile”, addomesticata e frigidamente composta
secondo lo sviluppo del canone prescelto.
Il libro di Enrico Pietrangeli Ad
Istanbul tra pubbliche
intimità (2007), ci
rivela un autore
che ha attraversato questa
problematica come un
nomade attraversa il
deserto. Come un
nomade che ha attraversato sia
la Tradizione che
l’Anti-tradizione. La solitudine
stilistica della poesia
di Enrico Pietrangeli
non è altro che il personale attraversamento della destrutturazione che ha
colpito il discorso poetico del Novecento. Il carattere a-norganico deriva
appunto dalla irriflessa presa di distanza da tutto ciò che
di “organico” compone
il panorama delle
merci del mercato
globale e dalla
distanza dalla quantità di
stilizzazione portata dalla tradizione novecentesca. Pietrangeli vede un
discorso ideologico nella tradizione che
tenta a tutti i costi di evitare. La stessa ossessione per l’onanismo e il puttanesimo formano la
religione del suo
tempo, una sorta
di dandismo della
suburra. L’omaggio “Alle
africane tunisine” segna l’equinozio con i paesaggi dell’anima: (“A
Trieste, dannata frontiera,/ galleggiano fluttuanti nel porto/ profilattici con
sembianze di meduse…”), la medesima impossibilità di descrivere un paesaggio
che non sia marchiato dalla
presenza di “ordinari
orrori”, tutto ciò
ci conferma nella
nostra ipotesi che ci
troviamo al cospetto
di una poesia
a metà strada
tra l’esposizione dell’interiorità e
la conseguente pulsione
all’inibizione di quella pulsione. L’esposizione della poesia sarebbe un po’
come la mostra delle
“pubbliche intimità”, qualche cosa dal sapore di clandestino
e di ordinario, di indecoroso e di impudico. Ecco perché
una esperienza significativa
è data da
episodi assolutamente ordinari
come quella dei
“tergicristalli nella pioggia”,
dal titolo di
una poesia, dove
il verso di
azione è declinato
all’infinito proprio per rimarcare quell’impermanenza:
Tergicristalli nella
pioggia recidono
per poi nitida
devolvere sublime tempesta
di nuovo padrona
su meccanico, alterno
tempo
che mi scorre sul
parabrezza
Oppure,
ricorrono esperienze rigorosamente
neutrali e neutralizzate, naturalizzate
nel lindore delle buone abitudini piccolo-borghesi (“Ti desidero così,/ dentro
un tailleur spinato,/ gonna al ginocchio e collant…”;
“Hai preferito un bigotto, codardo cane addestrato/ che ti
abbaiava festoso…”); le problematiche esistenziali sono rigorosamente ridotte
alla dimensione della
cloaca: (“Di questo
sperma/ giunto nello
spasmo/ di una preghiera…”; “Scintille multicolori/
tornano al mio cielo:/ spermatozoi morenti/ nell’ancestrale amplesso”).
(vedi le 14
versioni della medesima
composizione titolata “Il
Pazzo [Print re
mix]”). Serializzazione
dell’a-significante, con quel tranquillo incipit, pacificato e pacificatore nel
mercato globale delle merci linguistiche della belligeranza universale: “È un
lago fondo e chiaro”.
È certo un
fatto: la poesia
dei “nuovi autori”
si trova così
in una situazione
non invidiabile, nella situazione di un soldato che davanti a
sé ha il campo minato dell’assenza di uno “stile” e, dietro di sé, ha un
territorio bombardato che è stato lo “stile” del Novecento, ovvero la storia
delle parentele e delle cointeressenze tra la quantità di stilizzazione applicata
ai linguaggi poetici e gli interessi politico-letterari delle deputazioni
letterarie. Una situazione non invidiabile e non emendabile.
Giorgio Linguaglossa
Da: APPUNTI SULLA NUOVISSIMA POESIA CONTEMPORANEA
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