Enrico
Pietrangeli
Ad Istanbul, tra pubbliche intimità
Edizioni Il Foglio – 2007 – 10,00 Euro
Come agitati entro un
caleidoscopio di passioni e pulsioni eterogenee, i frammenti d’esistenza che
Enrico Pietrangeli dona al lettore si condensano e si disperdono
incessantemente, creando un’empatia poetica che si caratterizza come immediata
condivisione di “pubbliche intimità”, come una fusione alchemica in cui il
poeta, i suoi versi e l’ascoltatore ricompongono entro un crogiolo lirico il
mistero dell’Uno. Istanbul diviene così non tanto una collocazione geografica,
quanto un centro della memoria e assieme dell’immaginazione produttiva, un
fulcro attorno al quale si dipana una colata di versi che fluisce spontanea, ma
trascendendo la dimensione ordinaria dello spazio-tempo per collocarsi nel
qui-ed-ora, in quella simultaneità che – secondo la definizione tradizionale –
rende il derviscio “figlio dell’istante”, mutandolo in colui che “lungo la via
non conosce domani”. Questa istantaneità assieme statica e spiraliforme –
tipica del volteggio delle danze sufi - trova appieno espressione nei versi del
“Maestro dei folli d’amore”, quel Maulana Jalaluddin Rumi a cui Pietrangeli
dedica la sua rimembranza dei perduti amori. La Istanbul di Pietrangeli è
quindi tanto la città di Santa Sofia, di Karokoy e di quegli Ottomani che
fecero di Rumi il protettore del loro impero multietnico, quanto il ponte
contemporaneo fra l’Oriente e l’Occidente dello spirito, un regno di passate
glorie militari, ma anche della decadenza e degli assidui fumatori che
sciolgono la loro essenza fra quelle volute di hashish che sono assieme “ara
fumante agli dèi”, “braciere d’iniziazione” e “aromi aspersi / lungo i sentieri
/ del Re del Mondo”. Passo dopo passo e verso dopo verso, l’intimità condivisa
dal poeta ci porta a trascendere la geografia, ed Istanbul si rende
insensibilmente prossima alle città-ponte, a Buenos Aires, a Lubjana, a
Trieste, a quella stessa Roma che estende il viatico del vagare “provvisorio”.
Se nelle successive sperimentazioni dei Re Mix de Il pazzo il
poeta appare criptico e quasi intimistico, il suo grido di spontaneità prorompe
invece in tutta la sua solarità nello snocciolarci, senza fronzoli o
arzigogoli, il suo amore adorante per le
africane tunisine che vorrebbe cospargere d’incensi.
Ci sia inoltre consentita
un’osservazione relativa al rigore morale e al coraggio politico dell’Autore.
Mentre in taluni ambienti intellettuali è diventata quasi una deprecabilissima
consuetudine esibire forme di ambigua comprensione nei confronti del
terrorismo, e presentare l’attentatore, il “bombarolo” o lo stragista come una
sorta di attore tragico verso il quale diviene quasi doveroso ostentare una
qualche forma di sociologica compiacenza, quando non di malcelata ammirazione,
la condanna del terrorismo da parte di Pietrangeli è al contrario quanto mai
recisa e senza appello, e la sua descrizione del Kamizaze senza dio è
scevra dalla benché minima condiscendenza. Anche questo contribuisce a fare dei
versi di Ad Istanbul, tra pubbliche intimità una lettura che rende i
corpi evanescenti e al contempo allieta lo spirito, e non può che destare nel
lettore una gratitudine simpatetica per il dono che il poeta ha inteso con noi
condividere.
Shaykh Abdul Hadi Palazzi
Direttore dell'Istituto Culturale
della Comunità Islamica Italiana
[Fonte: L’opinione]
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