"Il suo
vissuto brulicante ed indocile"... "smascheramento delle tronfie
ipocrisie"... Francesco De Girolamo sente il bisogno di citare Baudelaire;
così come Gino Scartaghiande scomoda e vi vede "un Penna più intimamente
ontologico e fondativi di pensiero e meno idillicamente novecente-sco o
addirittura manierista"... Ma non è con le etichette storielle e di pregio
o con le associazioni ermeneutiche che si convalida un fresco, riottoso autore
(è nato a Roma nel '61, dove ha conosciuto poeti e artisti come Dario Bellezza
e Tano Festa - ma spesso anche si è allontanato per lunghi viaggi altrove,
fosse Barcellona o Lione od Amsterdam), a sufficienza, per sua fortuna, già illuso/disilluso
dai feroci od oziosi ingranaggi umani, e in ispecie dagli sterili, disincarnati
riti letterari... Pietrangeli è tutta carne, tutta pena e pulsione, e se ne
frega delle corresponsioni critiche, delle corrispondenze sinestetiche e
intellettuali, degli elzeviri o delle panoramiche novecentesche! In lui vince e
convince l'urgenza, il piglio, il turgore del verso, la serena disperazione del
proprio Io finalmente vissuto, dannato, espiato, e non più, come accade
spesso, recitato, ammannito, adulterato: "Di amore e di morte, / mie vere
ed incompiute forme, / innalzo un grido al ciclo, / a quante fresche gocce, /
germogliandomi in fretta, / svelarono impietose / bugiardo sole di
primavera..." (pp)
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