"Avrei potuto essere
altrove", si definisce con un primo verso la biografia di Enrico Pietrangeli ,
ma non è che un verso. Uno di quelli contenuti nel suo libro "Di amore, di
morte", legato alla musica e ai frammenti di una generazione, quella degli
anni '70. I suoi versi sembrano essere tatuati sulla pelle: s'impiega davvero
poco a capire che "amore" e "morte" non sono, come invece
si sarebbe portati a pensare, temi classici della poesia.
"Di amore e di morte, / mie vere ed incompiute forme" ed è quanto accade in tutto il testo che sembra rincorrere una forma, in che modo? Pietrangeli lo sa perfettamente e allora fa passare con degli "arrangiamenti musicali" che attengono all'antropologia dell'espulsione e a quello della penetrazione una serie di immagini che danno corpo ai testi.
Non sentenzio da critico, ne uso aggettivi per saltare tra le pagine di questo libro, ma cado dritto nei passi di quest'autore conosciuto, parafrasando la sua biografia, in una "tradizione migratoria perduta", "tradizione" che appartiene alla sua generazione ed in cui, come poeta, trovo pieno riferimento.
"Di amore e di morte, / mie vere ed incompiute forme" ed è quanto accade in tutto il testo che sembra rincorrere una forma, in che modo? Pietrangeli lo sa perfettamente e allora fa passare con degli "arrangiamenti musicali" che attengono all'antropologia dell'espulsione e a quello della penetrazione una serie di immagini che danno corpo ai testi.
Non sentenzio da critico, ne uso aggettivi per saltare tra le pagine di questo libro, ma cado dritto nei passi di quest'autore conosciuto, parafrasando la sua biografia, in una "tradizione migratoria perduta", "tradizione" che appartiene alla sua generazione ed in cui, come poeta, trovo pieno riferimento.
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