Enrico Pietrangeli

Enrico Pietrangeli

sabato 24 marzo 2012

Metafisica della fisicità


Leggendo e rileggendo le poesie di Pietrangeli, non ci si sottrae alla sensazione di attraversare due mondi paralleli, estremamente dissimili e lontani. Alcune pagine infatti, si snodano in una dimensione lirica quasi mistica, in cui si cele­brano l'Amore, la sofferenza, il dolore che affiora in una perce­zione tattile, la Morte, eterno contraltare dell'Amore: "Di amore e di morte,/ mie vere ed incompiute forme". Facilmente rintracciabili echi baudeleriani, cosi come certe assonanze alla poesia di Bellezza, che del resto Pietrangeli ha frequenta­to; ritroviamo la fisicità del dolore e del piacere, la scelta dello smascheramento del poeta e la propensione al sarcasmo: "Sono di già un fallito, / col cuore allegro del giullare/ e l'ani­ma in usufrutto, /cui la morte, /amante d'ironia, / tuttavia si degna/ irriverentemente dilettandosi di afferrare insaziabile/ quel mio divenire/ intrecciato di paglia." La ricerca interiore si arricchisce di una spiritualità naturale e di pasoliniana moralità cristiana.

Si contrappone a questa rappresentazione poetica un forte radicamento alla vita d'ogni giorno, alle persone che ci vivo­no accanto, ai legami d'affetto: "il magico silenzio/ barbara­mente uccidi/e mi solchi il viso/con l'aratro avvelenato/del le madri ansie/ per il tuo bambino".

Il verso è meno rotondo, il dire più essenziale, la visione di una lucida oggettività: "viviamo in uno scudo spaziale, / dentro una fetida e ridicola/ astronave in cartapesta, / sopra un avanzo di scena/ per vecchio serial televisivo/ viviamo, soli e rifugiati, / persino un po' arrangiati/tra immondizie passate/ maternamen­te coccolati." Il realismo crudo è proprio di uno sguardo "esistenzialista", che vede le cose senza veli e senza mezze misure. Nell'evidenza terrena del trascorrere quotidiano, il poeta si confronta con le amicizie perdute, i cambiamenti, i luoghi in cui è stato, i brandelli di un amore. E forse, proprio dal contatto con la realtà, prova un senso di repulsione e un impe­to di fuga, l'aspirazione all'estraneamento, il vagheggiamento di partire, ancora temi cari a Baudelaire. Il desiderio di oblio viene così appagato in viaggi reali e simbolici, che conducono lonta­no, verso un orizzonte appena immaginato. "Avrei potuto essere altrove, /nel cuore della notte, / ai confini dell'urbana selva/ e reincarnarmi vento/ che carezza l'ultima, / sopravvissuta foglia".



Fabrizia Fedele





Fonte: Cultura e Libri n° 138 del 2002 – recensione di Fabrizia Fedele


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