Enrico Pietrangeli

Enrico Pietrangeli

domenica 13 maggio 2012

Tracce per l'altrove


Enrico Pietrangeli

Ad Istanbul, tra pubbliche intimità

Edizioni Il Foglio, Piombino (Li), 2007, pp. 86, € 10,00
                 
di Domenico Donatone [Fonte: Reti di Dedalus]

La poesia di Enrico Pietrangeli sembra, ad una prima lettura, non trovare un contatto preciso col mondo, un punto in cui ergersi o far leva per issare quelle che sono le sue dinamiche più eterodosse, come se egli dal mondo desiderasse in qualche modo fuggire, essere uno spettatore non coinvolto, invece col mondo − ed è questa una capacità straordinaria di rifrazione dello scrittore in questione − ci entra in contatto pienamente, affondando se stesso nel magma di un’esperienza che appare universale e capace di alimentare la consapevolezza dell’essere altrove, sempre e in ogni momento, in un contesto quasi scientifico dell’ovunque, dove lo spazio dato ai versi è uno spazio che serba in sé il beneficio di potersi sempre reinventare o reimmettere nel corpo vivo di un’esperienza. Una poesia che tocca il mondo senza violentarlo. È ovunque, e lo si percepisce dalle mete toccate realmente dal poeta, mete tanto geografiche quanto dell’anima, questo voler partecipare alla storia, far sì che il proprio canto non sia selettivo di qualcosa, ma piuttosto appaia come quell’ordito che accoglie in sé tutte le tracce disponibili o immaginabili dell’altrove, dell’oltre. Vi è un canto, in quest’opera di Pietrangeli dal titolo Ad Istanbul, tra pubbliche intimità, che vuole ricalcare la trama del mondo con una partecipazione che è di natura “spaziale”, circoscritta ma evolutiva del sentimento in essere, che si traduce in movimento continuo, in bagni assoluti nell’altrove, in cui l’oggettiva presenza delle cose è paradigma della realtà. Realtà che a sua volta non finge strutture sociali o meccanismi di sistema, ma intende porsi come quella porzione di infinito in cui cade l’occhio del poeta. Attraverso porzioni di infinito, l’Io del poeta si spande all’interno dell’universalità del mondo, muovendosi come viandante alla scoperta dei suoi ritmi, dei suoi fragori.

Il senso di queste pubbliche intimità si palesa nella capacità di osservazione, nella capacità di sintesi e anche di rifrazione delle circostanze vissute che il poeta traduce con un linguaggio che non è mai falsamente altisonante, ma piuttosto lineare, a tratti severo, anche troppo sincero in alcuni frangenti, aderente al corpo stesso della materia poetica, in una straordinaria simultaneità di intenti che l’autore ripercorre riscopre e riscalda con le parole. Si apre in “questo Istanbul”, perché non è tanto una città specifica ma piuttosto una situazione multiforme, policroma e avvolgente, fatta di storie che si inseguono, di apparenze femminili, di conturbanti situazioni di marca lasciva, sessuali più che amorose, come in «A D. R.»[1], che spiegano, evidentemente, che c’è un sesso che prevale sull’amore, come disincanto o meglio nostalgia di un goduto represso o non del tutto capito, una tematica assai interessante di matrice a tratti simbolista e a tratti ermetico-lirica che muove l’andamento poetico verso una definizione d’insieme di natura eclettica alla Rimbaud. È come se si assistesse anche qui alla «Commedia della Sete» o alle «Feste della Pazienza», ovvero ad un turbinio di volontà, di carattere e di storia indecifrabile, ma ben chiara nel cuore del poeta, che Pietrangeli stesso assomma e distende lungo il percorso di una Istanbul ultrareale e ultrastorica. Il passo che si compie è un passo che deve necessariamente andare oltre, sposarsi alla realtà oggettiva che si ripercuote sul vissuto, ma essere al tempo stesso metro di quella che qui può essere intesa come la frammentazione globale di un unico esistere. Tant’è che Gino Scartaghiande, nella postfazione al libro, scrive opportunamente che ci si trova di fronte ad «un tuffo “critico” nel profondo di alcune poetiche dell’ottonovecento, massime la deriva decadente, da Baudelaire in poi, passando per Kavafis, fino all’ermetismo nostrano»; questioni di natura prettamente letteraria che in questo nuovo libro di Pietrangeli vengono in qualche modo ulteriormente ampliate, facendo dell’analisi posta in essere un’analisi “impietosa”[2], vista come dalla primaria angolazione di una infanzia usurpata, o comunque spossessata, dai detriti di quanto di più ideologicamente funesto in queste poetiche sopra citate è contenuto. Un corpo a corpo è quello che il poeta instaura con quanto sente e avverte, con una lucidità d’animo che pervade sempre il testo poetico facendo di esso lo specchio su cui far riflettere una dinamica esistenzialistica dal forte impatto immanentistico.

Qui ed ora, hic et nunc, come giustamente osserva Shaykh Abdul Hadi Palazzi, direttore dell’Istituto Culturale della Comunità Islamica Italiana, è il carattere avvolgente di queste “poesie-specchio”, poesie rifrangenti, fortemente inserite nel flusso di una dimensione sia estetica che etica, che abbracciano a trecentosessanta gradi il meccanismo della rifrazione sul mondo attraverso una porzione di esso: una simultaneità che assieme “statica e spiraliforme” trova appieno espressione nei versi del «Maestro dei folli d’amore» di Maulana Jalaluddin Rumi, a cui Pietrangeli dedica la sua rimembranza dei perduti amori[3]. Ma non è solo così apertamente chiara la materia poetica di Pietrangeli, è anche altamente tesa, opportunamente acuminata e appuntita nel verso breve (settenario), che al più diventa endecasillabo, che tiene legato a sé un fare poesia come liberazione. Se Rimbaud canta «I poveri alla messa» e «I poeti di sette anni», in cui si raccoglie una certa impudicizia di fondo, un avere le dita sporche, infilate nel naso, come pezzi di una umanità che si sente messa ai margini e soverchiata da un sistema padronale, anche in Pietrangeli vi è un raccontare assai acceso che punta alla emersione di fatti tanto personali come universali dello stare al mondo, dell’essere uomini, qui e adesso, in questa vita che non dà spazi ultraterreni.

La frammentarietà dell’essere è aspetto precipuo di questo poetare, infatti si parla in apertura del libro di «2/3 di passione, resto masturbazione[4]», un testo che effettivamente ricalca in modo nuovo la portata di quel decadentismo parigino, proprio di Rimbaud e Verlaine che, nello specificare la loro sessualità, davano modo di mettere in scena dei frammenti, degli atomi di un dolore apparentemente incolmabile. Anche Pietrangeli mette in scena una dinamica simile, portata dinanzi al lettore con orgoglio e nessuna simulazione. Il senso più profondo di questa poesia è, forse, questo, cioè uno specchiare situazioni dinamiche, tanto esterne quanto interne, dette in corpore viris, per scandire un senso quasi dilatato delle forme e delle istanze. Testi che si susseguono con tono cadenzato, armonico, e lì dove scatta qualche parola più agguerrita, si produce un andamento da favola remota, un credo in cose immanenti, che tutto deve confondere e tutto far scomparire. Come si legge nel testo Ad E.C.: «Fanciulla e trasognante | è la penombra a sera, | parvenze corporee | che i clandestini tempi | la carne mia devastano | e dal caleidoscopio | converge mia l’immagine | su vitree sfere colme | dei gesti tuoi materni: | metallici sigilli | sopra malati seni. ||» Una realtà che appare molto confusa è, di fatto, ben scandita, solo è doveroso lo sforzo che la lettura esige tra le righe dei testi, affinché si possa capire che il poeta parla di figure femminili non occidentali, lontane, africane o tunisine, dove i “metallici sigilli” sono, forse, quegli ornamenti tribali delle popolazioni indigene disposti “sopra malati seni”. Per cui questo Istanbul, come ha scritto Emiliano Laurenzi, è un’immagine d’inserti della memoria, luogo pubblico dove la carne del poeta assimila l’alterità attraverso il dispiegarsi delle sue “pubbliche intimità”. L’estenuante ripercorrere i corpi di donne, le fatiche amorose, l’alternanza di amori e passioni che si riverberano sulle forme antiche di una città dalle molteplici anime (alcune ancora immuni al disincanto, altre già dischiuse alla frontiera dei Balcani), tratteggiano in maniera grottesca le venature erotiche e il sesso sgangherato[5]. Tra i componimenti che fanno da guida alla silloge, c’è sicuramente il teso eponimo «Ad Istanbul, tra pubbliche relazioni», diviso in due parti. In questo componimento pare esserci più che una poetica che affonda le sue radici semantiche in un universo altro da sé, cosa ben evidente e assai apodittica, anche una poetica che traccia il segno di un confine che si muove sul limite di un territorio e lo amplifica, ovvero amplifica la dinamica tra esterno ed interno, facendo del fuori un contenuto essenziale del dentro. Per cui un luogo non è mai solo quel luogo, è anche un altro: Istanbul è Santa Sofia e Karakoy, cioè identità cha sembrano circoscritte ma sono plenarie, totalizzanti, diffusive di una realtà emotiva più che geografica, e in questo è evidente quel segmento di universale che Pietrangeli tratteggia nelle sue poesie.



Ad Istanbul, tra pubbliche intimità - Prima parte



[…]

III

Di fango e di mare

annullo ogni orizzonte

e di gloriose terre

perdo le fattezze.

Eminonu è un rumoroso deserto

che si distende a sera

e da Karakoy

volgono le scarpe

di terremotati,

allegri fantasmi.

[…]

V

Ai principi azzurri

senza più fiabe,

nei pochi istanti che intercorrono

all’imminente coprifuoco,

uno dei miei cadenti castelli

sto per lasciare andare

ed in tutta fretta vi dico:

se non vi attarderete troppo,

sino alle undici in punto,

troverete per Karakoy

qualche dolce sgualdrina

di cenerentola persiana

esposta in una vetrina.



È il senso e il sentimento di un confine inteso come passaggio, come tramite a qualcosa di altro che balugina nell’aria ma non si sa cogliere bene. C’è un’atmosfera confusa, contorta, come di lamiere del cuore schiacciate da un peso. Il peso della nostalgia, dell’amore consumato in fretta, un elogio dei riti, perché è anche questo Enrico Pietrangeli, un elogio dei riti della civiltà moderna che si individua al tramonto, cioè nel momento conclusivo della giornata, tardo, indicando nel loro principio l’apice di un vissuto, ovvero nel cominciamento il già compiuto. C’è un affrettarsi, un andare in giro veloce, un mordere e assaggiare repentino, ma con il gusto della divisione dei piaceri, delle istanze e delle prospettive.



A Trieste



A Trieste, dannata frontiera,

galleggiano fluttuanti nel porto

profilattici con sembianze di meduse:

decadente magia colora la sera

e il mio cuore prende forma

di valigia in vinilpelle

(modello anni cinquanta)

occasionale avventore slavo

me ne porge il manico scucito.



C’è, in questa poesia, tutto un trascorso, un vissuto che è “decadente magia”, un tocco anacronistico all’interno della modernità (la valigia in vinilpelle modello anni cinquanta) anticipato da una realtà assai diversa da come il poeta la ipotizzava o immaginava, ovvero i profilattici che galleggiano nell’acqua del porto come meduse sono il rendiconto furbo di una vita che svia, che avanza fiera della sua naturale costrizione. C’è un linguaggio molto teso, scientifico quasi, dove “scienza” sta per esattezza di sostantivo, di verbo e di aggettivo, non pedanteria, ma precisione, perché essere precisi significa essere come il mondo che ci circonda. Un linguaggio che intende rappresentare strutture d’insieme all’interno di poesie che si prestano molto a dire un assoluto nell’immediato della sua presenza nel reale, un’astante freneticità, multicolore e multiculturale, che sprigiona verità d’impatto: «Roteando, pia e blasfema | centrifuga di lavatrice, | volge al suo ventre, | altresì l’ombelico | per effimeri ed epici | trascorsi industriali»; oppure «Decade dalla mia gronda | un gocciolio di ballerine | che infrangendosi al suolo | innalzano una danza | schizzando dal pube | delle vergini sinapsi.||» Procedendo in questo modo così esatto, osservativo, facendo del significato l’assunzione di un preciso obiettivo a narrare, a raccontare, a dire, l’Io del poeta accoglie le dinamiche dominanti della poesia, finendo per parlare dell’amore, scandendo un ritmo di oggettività che sprigiona l’essere nella sua interezza e negazione.



Non è l’amore…



Non è l’amore che non trovo,

è un sentire morto, annichilito,

pavido di desiderio appassito.

Non è l’amore che non trovo,

è la paura dei sentimenti

tra impalpabili, ordinari orrori.

Non è l’amore che non trovo,

è una nauseante umanità

per cui vomito inchiostro.

Non è l’amore che non trovo,

è l’arido fondo di una coppa

dove non scorre più il suo vino.



Qui non c’è da inventarsi più nulla, afferma Pietrangeli. C’è la costatazione che “non è l’amore che non trova” che lo deprime, posizione forte, quasi assurda, di chi non crede più nell’amore e fa del non amare una potenziale virtù, ma è tutto quello che lo circonda a non dargli più quella gioia di vivere, quella sensazione di partecipare concretamente a qualcosa. Un poeta che sente la sua stagione all’inferno alla pari del fanciullo ribelle di Charleville, che cantava la rabbia e la dissoluzione, la primigenia follia di cui aveva saggiato tutti gli slanci e tutte le catastrofi. Non è l’amore che non si trova, ma i presupposti di esso, cioè un desiderio impaurito, la paura dei sentimenti concreti. Nella poetica di Pietrangeli non si può non osservare una parte rilevante di essa in contatto stretto con il mondo femminile, qualcosa che non è tanto un gioco erotico ma evidente trasformazione del sentimento amoroso in lutto quotidiano. Nella donna, e insieme alla donna che non più quella di una certa tradizione lirica, ma assolutamente è donna del quotidiano, che s’incontra al bar, al cinema o sul litorale, quindi un’entità che attrae per il suo essere ovunque, anche in chiesa, entità che purga e acclama l’uomo a sé, vive una dimensione di profondo dissenso, di freneticità, di rarefazione, di contraddittorio che spinge il poeta all’osservazione di un fenomeno non più atipico ma successivo alle dinamiche del non corrisposto. Qualcosa che è sempre amore, ma è allo stesso tempo sentimento al cloro, rovinoso, come si legge nel testo dal titolo «Mobbing rosa»[6], un titolo che non solo fa effetto, ma è l’effetto derivante da una prassi amorosa sconclusionata, in cui il dare non corrisponde più al ricevere. E il viaggio, il viaggio come meta non lo è più. Anche il viaggio riduce la sua allegria a pura euforia del momento e il confronto con il paesaggio diventa qualcosa di spurio, di consunto, a confronto dell’immensità che reca in sé l’animo del poeta. Una caduta che Pietrangeli descrive osservandola su di sé, senza remore, senza infingimenti: «Lunghe e marcescenti chiatte | all’inverosimile affollate | ed io: a sbirciare sacchetti | sotto i veli di due donne; | costantemente sgomitato | da anfetaminici camerieri | nella teiera affogati. | Più che il paesaggio, | mi ritrovo inerte, | schiacciato ad osservare | quanti consumati legni, | primi decenni corrente secolo, | attraversano il Bosforo | profumando i pensieri.||»

Vi sono in Pietrangeli tutta una serie di oggettive presenze, non tanto dei veri e propri correlativi che qui eludono la materia, ma piuttosto delle situazioni oggettive del vero, del reale, che si spalmano sull’identità umana come flussi intermittenti e pur sempre costanti di un sentire l’esistenza nel gioco più audace dell’alterità. Ed è il modo con cui si affronta l’amore. Un amore molto endemico, profondo, viscerale, a cui si crede e non si crede, in cui c’è molta materia (lo sperma) e poco sentimento, (“schizzi di sperma ramingo | che presto tutto renderà opaco | sotto un astratto spessore di umido ||”); un amore che si consuma “nella breve imminenza di scadente Natale”, che fa seguire tutta una quasi compiaciuta sofferenza, una poesia che fa spettacolo di sé quando pronuncia un malessere che muove verso richieste che non sono più ragionevoli, come di chi adolescente soffre sapendo di soffrire solo lui, che in lui è tutto l’amore e non in altre cose. Si assiste quasi ad un eccesso del dire, ad una realtà più che una verità: «Ti odio ed altro non sono | che un amante immolato | sull’altare dell’amore.||». È reale più che vero questo sentimento amoroso, ed è una fervida intuizione, una efficace costatazione del tempo che ci attraversa. Come opportunamente si legge nel testo dal titolo «Sesso e liberazione»: qualcosa che è grido, che è urlo, qualcosa che deve per forza essere così, qualcosa che punta a trovare consenso, ad essere la voce più pura dell’animo umano.



Sesso e liberazione



Necessito, privo di grazia alcuna,

di vorace ed inconsueto sesso

dove l’istinto genera desiderio

e i tuoi caprini, stagionati odori

saranno come un vomere

che mi rivolterà la terra

dagli abissi dell’inconscio.

Amerò i tuoi volgari,

improvvisi, arroganti sguardi,

gli esuberanti trasudati seni

sulla tua voce, ibrida e roca,

e godrò per fulminante,

lontano e sconosciuto,

universo del piacere.

Sarà un breve ed esaltante

viaggio organizzato

nel varietà delle stelle.



Qui viene raccolta tutta l’inanità del sesso, così necessario quanto deludente. Ma si necessita, questa è la cosa fondamentale, si necessita fare quello che non si dovrebbe, ed è la legittimità del piacere che rende possibile tutto. L’amore, vissuto nella parabola del sesso; il tema del confine come passaggio di vitali istinti, sono alcuni degli argomenti trattati in questo libro da Enrico Pietrangeli, un poeta molto tormentato, un “poeta ostinato”, come scrive nel testo «Esitazioni»[7], una figura che a primo impatto può non piacere o addirittura sembrare uno scrittore che dice cose scontate. Ed è, a mio avviso, nell’immagine del “soldato” che Pietrangeli dà il meglio di sé, a testimonianza di quell’universale che intende costantemente abbracciare, usando una figura storica che racchiude gli sviluppi dell’intera umanità (soldato), elemento che connota il progressivo avanzamento dell’uomo, del suo sentimento e della sua forma-pena. Decisivi nella silloge sono i temi del tempo e della storia, tra loro opportunamente intrecciati. Non tanto gli amori clandestini legati al letto del poeta – ultima delle novità letterarie presenti nel libro −, ma la capacità di osservazione è quella che qui sorprende, che solleva temi mai spenti, non del tutto chiariti nella coscienza umana. Si assiste man mano ad una discesa sempre più profonda nelle pieghe dell’animo umano, dove non personaggi ma persone vere, in carne ed ossa, suscitate attraverso l’essenza delle emozioni, sono protagoniste di questo che può definirsi il canto dell’imperturbata essenza. Si volge anch’egli, il nostro, ad osservare quella che Mario Luzi definiva la “quiddità”, ovvero l’essenza dell’uomo, un punto nevralgico, focale, che Pietrangeli non ritrova nella fede, ma nel dolore imperituro, nel letto d’ospedale, dove la carne rattrappita, gorgogliando nel catetere cupi miasmi, fa dell’uomo un “circoscritto prigioniero”, un “naufrago nauseabondo”. Ecco la dimensione impietosa, a cui sopra si faceva riferimento, emergere adesso nello scoppio, potremmo dire, della carne, del volto, più che del cuore e dell’anima. La disarmante condizione umana, questo è Pietrangeli, nell’essenza dei suoi testi migliori. Ma iniziamo dalla storia. La storia di cui il poeta parla non è una storia improvvisata, una storia dell’ultima ora, ma è una storia profondamente radicata nella coscienza, una storia che non insegna più nulla, evidentemente così come si deduce dai molti versi profusi, ma una storia in fiamme, una storia che confluisce nell’immagine delle Torri gemelle a New York, che è quella di un rogo che assomma attorno a sé secoli di storia, che fa da contraltare alla storia bella fatta di ideali, mentre questa storia, presente e ingombrante, che si muove come un dinosauro, non riesce a liberarsi dei dissensi, è solo una storia infuocata, che brucia tutto, che non discerne, non setaccia; è una storia che comunque ci è necessaria ma non è esaustiva di quella volontà a redimere l’errore, a capire il giusto, a captare il vero senso di uno sviluppo; una storia che qui è solo orrore, un qualcosa che sembra dichiarare che sbagliare è ormai la sola cosa giusta che ci rimane.



In memoria dell’11 settembre



Stamani, per un’antica consuetudine,

oltre la coltre di nubi pigramente cullata

da un asfissiante scirocco, irrequieto

mi commuovo ed interrogo l’anima

per dissolvermi in un uniforme grigio

che tutt’intorno mi circonda il guardo

di trascorse stagioni, sospesi eventi

per speranze bruciate. E un odore

si disperde, lento ed assiduo,

in un’aria divenuta acre e rafferma:

sono innocenti carni sacrificate

che alimentano squali e vampiri,

macabri resti fanno contorno

al nauseante orrore del martirio.

Sembra che sia concime della vita,

ma restano solo terre del non amore.



Bellissima questa poesia, e struggente, efficace: “sono innocenti carni sacrificate | che alimentano squali e vampiri ||”. Una formula poetica che meglio non poteva rendere l’idea dell’attuale situazione internazionale, fitta di conflitti interni ed esterni alle nazioni, dove le religioni sono di nuovo al centro di una emergenza culturale, «per un dio adulterato | esploso all’istante | dentro il condotto ||»; ma anche una formula che sa andare oltre sé, fare luce su un sistema feroce, violento, fatto di dittature morbide apparentemente impensabili. Altro tema è quello del tempo, inteso come metafora conclusiva ma inconcludente dello stare al mondo, un tempo che è ultrastoria, necessità dell’essere che si misura nel dolore e nella morte. Un tempo su cui si distende una pellicola grigia, immagine di un trascorso logorroico che muta costantemente l’identità del tangibile.



Al soldato – terza parte



Al muro dei dì alterni,

trascorsi a montar di guardia,

lascio alla memoria

clandestine cicche inserite

nelle ampie scanalature;

le chiamerei pure crepe

se non fosse per il fatto

che parte di uno stesso tempo

ci abbia logorato insieme.



Questa è la figura del soldato, una figura che determina non più quella del combattimento ma della guardia costante, dell’attesa, come nel celebre Deserto dei Tartari di Dino Buzzati, dove si attende si attende si attende, ma nulla del nemico appare all’orizzonte. Una figura che indica gli strati della memoria, le cicche accumulate, qualcosa che s’insinua nelle crepe che non sono le fessure del fronte futuro del tempo, ma la sostanza stessa dell’uomo, il logorio lento che il vissuto imprime sul volto dell’uomo. Tutta questa dissertazione emotiva sul tempo e sulla storia Pietrangeli la fa confluire in un assunto del sapere che si materializza nell’immagine del sangue, quello vero, cioè quello che si perde, un sangue che è il nostro e non di altri, come sunto dell’umanità. Qui l’alterità cessa di esistere e si rende univoca, si plasma, si addensa in dinamiche che sono tutte uguali e del mondo, dell’essere umano, “traverso contorti percorsi della ragione | tra i moti ondosi di un incerto vivere ||[8]”. Un “dissanguamento” che riproduce il sistema del sapere, del prendere atto, in una dimensione concreta dell’esistenza, nel motivo dominante del vivere e dello stare all’erta. Un sangue che scorre, tutto e per interno, senza enigma di parte, senza porzioni di sorte, senza tanto mistero nel continuum equilibrio di forze che determinano anche la ferocia di questo Istanbul come luogo dell’anima, in cui passano le emozioni quali uniche realtà vive dell’uomo e per le quali il poeta “vomita inchiostro”, ed insiste ad essere per queste stesse emozioni poeta, “ostinato poeta”.



Dissanguamento



Quanto sangue per conoscerci

e poi fallire nelle nostre paure,

ricordarci di uno scorso ideale

all’unisono palpabile: cenere.

Quanto sangue è già raffermo,

tinge la farmaceutica vetrina

quell’essenziale anticoagulante

che dall’amore curando deporta.

Quanto sangue era conoscenza,

un idillio per infiniti equilibri

sobbalzati in terra, tachicardia

con referto di decesso, amore.

[1] A  D.R.: «Champagne sul litorale, | a tarda sera, | s’insinua tra le onde | e si dissolve | per le gasate bollicine | che altero lo devolvono | spasmo erotico ansimante | che stride, urla e si dimena | percorrendoti il clitoride. ||» (Vedi Istanbul, tra pubbliche intimità di E. Pietrangeli, p. 38; ed. Il Foglio, (LI), 2007.

[2] Vedi G. Scartaghiande in Istanbul, pubbliche intimità di E. Pietrangeli (p. 81); ed. Il Foglio, (LI), 2007.

[3] Vedi Shaykh Abdul Hadi Palazzi, in Istanbul, pubbliche intimità di E. Pietrangeli (p.77), ed. Il Foglio (LI), 2007.

[4] Vedi testo in op. cit. a p. 12: «Scintille multicolori | tornano al mio cielo: | spermatozoi morenti | nell’ancestrale amplesso. | E mentre tu decadi, | dolce e innocente | pubertà di piacere, | di tal gioia mi duole | il sol nerbo ferito.||»

[5] Vedi Emiliano Laurenzi, in Istanbul, pubbliche intimità, di E. Pietrangeli a p. 80. (ed. Il Foglio, LI, 2007)

[6] Mobbing rosa: «Hai preferito un bigotto, | codardo cane addestrato | che ti abbaiava, festoso, | per sghignazzare sull’osso. | Io ero un cane rognoso, | uno che serviva a poco. | Non te l’ho dato, | latravo molto, da solo. | Mai rinvenuto nel branco, | pronto a sbranare carne | con occhi indulgenti | ossequiandoti servile. | Io pensavo, progettavo, | peroravo, prestavo fede: | migliorare insieme. | E mai fu possibile. ||» (vedi in op. cit. a p. 54)

[7] Vedi in op. cit. (p. 33)

[8] Vedi «Sostanze organiche», in op. cit. (p. 66.)

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