Enrico Pietrangeli
Ad Istanbul, tra pubbliche
intimità
Edizioni Il Foglio, Piombino
(Li), 2007, pp. 86, € 10,00
di Domenico Donatone [Fonte:
Reti di Dedalus]
La poesia di Enrico Pietrangeli sembra, ad una prima
lettura, non trovare un contatto preciso col mondo, un punto in cui ergersi o
far leva per issare quelle che sono le sue dinamiche più eterodosse, come se
egli dal mondo desiderasse in qualche modo fuggire, essere uno spettatore non
coinvolto, invece col mondo − ed è questa una capacità straordinaria di
rifrazione dello scrittore in questione − ci entra in contatto pienamente,
affondando se stesso nel magma di un’esperienza che appare universale e capace
di alimentare la consapevolezza dell’essere altrove, sempre e in ogni momento,
in un contesto quasi scientifico dell’ovunque, dove lo spazio dato ai versi è
uno spazio che serba in sé il beneficio di potersi sempre reinventare o
reimmettere nel corpo vivo di un’esperienza. Una poesia che tocca il mondo
senza violentarlo. È ovunque, e lo si percepisce dalle mete toccate realmente
dal poeta, mete tanto geografiche quanto dell’anima, questo voler partecipare
alla storia, far sì che il proprio canto non sia selettivo di qualcosa, ma
piuttosto appaia come quell’ordito che accoglie in sé tutte le tracce
disponibili o immaginabili dell’altrove, dell’oltre. Vi è un canto, in
quest’opera di Pietrangeli dal titolo Ad Istanbul, tra pubbliche intimità, che
vuole ricalcare la trama del mondo con una partecipazione che è di natura
“spaziale”, circoscritta ma evolutiva del sentimento in essere, che si traduce
in movimento continuo, in bagni assoluti nell’altrove, in cui l’oggettiva
presenza delle cose è paradigma della realtà. Realtà che a sua volta non finge
strutture sociali o meccanismi di sistema, ma intende porsi come quella
porzione di infinito in cui cade l’occhio del poeta. Attraverso porzioni di
infinito, l’Io del poeta si spande all’interno dell’universalità del mondo,
muovendosi come viandante alla scoperta dei suoi ritmi, dei suoi fragori.
Il senso di queste pubbliche intimità si palesa nella
capacità di osservazione, nella capacità di sintesi e anche di rifrazione delle
circostanze vissute che il poeta traduce con un linguaggio che non è mai
falsamente altisonante, ma piuttosto lineare, a tratti severo, anche troppo
sincero in alcuni frangenti, aderente al corpo stesso della materia poetica, in
una straordinaria simultaneità di intenti che l’autore ripercorre riscopre e
riscalda con le parole. Si apre in “questo Istanbul”, perché non è tanto una città
specifica ma piuttosto una situazione multiforme, policroma e avvolgente, fatta
di storie che si inseguono, di apparenze femminili, di conturbanti situazioni
di marca lasciva, sessuali più che amorose, come in «A D. R.»[1], che spiegano,
evidentemente, che c’è un sesso che prevale sull’amore, come disincanto o
meglio nostalgia di un goduto represso o non del tutto capito, una tematica
assai interessante di matrice a tratti simbolista e a tratti ermetico-lirica
che muove l’andamento poetico verso una definizione d’insieme di natura
eclettica alla Rimbaud. È come se si assistesse anche qui alla «Commedia della
Sete» o alle «Feste della Pazienza», ovvero ad un turbinio di volontà, di
carattere e di storia indecifrabile, ma ben chiara nel cuore del poeta, che
Pietrangeli stesso assomma e distende lungo il percorso di una Istanbul
ultrareale e ultrastorica. Il passo che si compie è un passo che deve
necessariamente andare oltre, sposarsi alla realtà oggettiva che si ripercuote
sul vissuto, ma essere al tempo stesso metro di quella che qui può essere
intesa come la frammentazione globale di un unico esistere. Tant’è che Gino
Scartaghiande, nella postfazione al libro, scrive opportunamente che ci si
trova di fronte ad «un tuffo “critico” nel profondo di alcune poetiche
dell’ottonovecento, massime la deriva decadente, da Baudelaire in poi, passando
per Kavafis, fino all’ermetismo nostrano»; questioni di natura prettamente
letteraria che in questo nuovo libro di Pietrangeli vengono in qualche modo
ulteriormente ampliate, facendo dell’analisi posta in essere un’analisi
“impietosa”[2], vista come dalla primaria angolazione di una infanzia usurpata,
o comunque spossessata, dai detriti di quanto di più ideologicamente funesto in
queste poetiche sopra citate è contenuto. Un corpo a corpo è quello che il
poeta instaura con quanto sente e avverte, con una lucidità d’animo che pervade
sempre il testo poetico facendo di esso lo specchio su cui far riflettere una
dinamica esistenzialistica dal forte impatto immanentistico.
Qui ed ora, hic et nunc, come giustamente osserva Shaykh
Abdul Hadi Palazzi, direttore dell’Istituto Culturale della Comunità Islamica
Italiana, è il carattere avvolgente di queste “poesie-specchio”, poesie
rifrangenti, fortemente inserite nel flusso di una dimensione sia estetica che
etica, che abbracciano a trecentosessanta gradi il meccanismo della rifrazione
sul mondo attraverso una porzione di esso: una simultaneità che assieme
“statica e spiraliforme” trova appieno espressione nei versi del «Maestro dei
folli d’amore» di Maulana Jalaluddin Rumi, a cui Pietrangeli dedica la sua
rimembranza dei perduti amori[3]. Ma non è solo così apertamente chiara la
materia poetica di Pietrangeli, è anche altamente tesa, opportunamente
acuminata e appuntita nel verso breve (settenario), che al più diventa
endecasillabo, che tiene legato a sé un fare poesia come liberazione. Se
Rimbaud canta «I poveri alla messa» e «I poeti di sette anni», in cui si
raccoglie una certa impudicizia di fondo, un avere le dita sporche, infilate
nel naso, come pezzi di una umanità che si sente messa ai margini e soverchiata
da un sistema padronale, anche in Pietrangeli vi è un raccontare assai acceso
che punta alla emersione di fatti tanto personali come universali dello stare
al mondo, dell’essere uomini, qui e adesso, in questa vita che non dà spazi
ultraterreni.
La frammentarietà dell’essere è aspetto precipuo di questo
poetare, infatti si parla in apertura del libro di «2/3 di passione, resto
masturbazione[4]», un testo che effettivamente ricalca in modo nuovo la portata
di quel decadentismo parigino, proprio di Rimbaud e Verlaine che, nello
specificare la loro sessualità, davano modo di mettere in scena dei frammenti,
degli atomi di un dolore apparentemente incolmabile. Anche Pietrangeli mette in
scena una dinamica simile, portata dinanzi al lettore con orgoglio e nessuna
simulazione. Il senso più profondo di questa poesia è, forse, questo, cioè uno
specchiare situazioni dinamiche, tanto esterne quanto interne, dette in corpore
viris, per scandire un senso quasi dilatato delle forme e delle istanze. Testi
che si susseguono con tono cadenzato, armonico, e lì dove scatta qualche parola
più agguerrita, si produce un andamento da favola remota, un credo in cose
immanenti, che tutto deve confondere e tutto far scomparire. Come si legge nel
testo Ad E.C.: «Fanciulla e trasognante | è la penombra a sera, | parvenze
corporee | che i clandestini tempi | la carne mia devastano | e dal
caleidoscopio | converge mia l’immagine | su vitree sfere colme | dei gesti
tuoi materni: | metallici sigilli | sopra malati seni. ||» Una realtà che
appare molto confusa è, di fatto, ben scandita, solo è doveroso lo sforzo che
la lettura esige tra le righe dei testi, affinché si possa capire che il poeta
parla di figure femminili non occidentali, lontane, africane o tunisine, dove i
“metallici sigilli” sono, forse, quegli ornamenti tribali delle popolazioni
indigene disposti “sopra malati seni”. Per cui questo Istanbul, come ha scritto
Emiliano Laurenzi, è un’immagine d’inserti della memoria, luogo pubblico dove
la carne del poeta assimila l’alterità attraverso il dispiegarsi delle sue
“pubbliche intimità”. L’estenuante ripercorrere i corpi di donne, le fatiche
amorose, l’alternanza di amori e passioni che si riverberano sulle forme
antiche di una città dalle molteplici anime (alcune ancora immuni al
disincanto, altre già dischiuse alla frontiera dei Balcani), tratteggiano in
maniera grottesca le venature erotiche e il sesso sgangherato[5]. Tra i
componimenti che fanno da guida alla silloge, c’è sicuramente il teso eponimo
«Ad Istanbul, tra pubbliche relazioni», diviso in due parti. In questo
componimento pare esserci più che una poetica che affonda le sue radici
semantiche in un universo altro da sé, cosa ben evidente e assai apodittica,
anche una poetica che traccia il segno di un confine che si muove sul limite di
un territorio e lo amplifica, ovvero amplifica la dinamica tra esterno ed
interno, facendo del fuori un contenuto essenziale del dentro. Per cui un luogo
non è mai solo quel luogo, è anche un altro: Istanbul è Santa Sofia e Karakoy,
cioè identità cha sembrano circoscritte ma sono plenarie, totalizzanti,
diffusive di una realtà emotiva più che geografica, e in questo è evidente quel
segmento di universale che Pietrangeli tratteggia nelle sue poesie.
Ad Istanbul, tra pubbliche intimità - Prima parte
[…]
III
Di fango e di mare
annullo ogni orizzonte
e di gloriose terre
perdo le fattezze.
Eminonu è un rumoroso deserto
che si distende a sera
e da Karakoy
volgono le scarpe
di terremotati,
allegri fantasmi.
[…]
V
Ai principi azzurri
senza più fiabe,
nei pochi istanti che intercorrono
all’imminente coprifuoco,
uno dei miei cadenti castelli
sto per lasciare andare
ed in tutta fretta vi dico:
se non vi attarderete troppo,
sino alle undici in punto,
troverete per Karakoy
qualche dolce sgualdrina
di cenerentola persiana
esposta in una vetrina.
È il senso e il sentimento di un confine inteso come
passaggio, come tramite a qualcosa di altro che balugina nell’aria ma non si sa
cogliere bene. C’è un’atmosfera confusa, contorta, come di lamiere del cuore
schiacciate da un peso. Il peso della nostalgia, dell’amore consumato in
fretta, un elogio dei riti, perché è anche questo Enrico Pietrangeli, un elogio
dei riti della civiltà moderna che si individua al tramonto, cioè nel momento
conclusivo della giornata, tardo, indicando nel loro principio l’apice di un
vissuto, ovvero nel cominciamento il già compiuto. C’è un affrettarsi, un
andare in giro veloce, un mordere e assaggiare repentino, ma con il gusto della
divisione dei piaceri, delle istanze e delle prospettive.
A Trieste
A Trieste, dannata frontiera,
galleggiano fluttuanti nel porto
profilattici con sembianze di meduse:
decadente magia colora la sera
e il mio cuore prende forma
di valigia in vinilpelle
(modello anni cinquanta)
occasionale avventore slavo
me ne porge il manico scucito.
C’è, in questa poesia, tutto un trascorso, un vissuto che è
“decadente magia”, un tocco anacronistico all’interno della modernità (la
valigia in vinilpelle modello anni cinquanta) anticipato da una realtà assai
diversa da come il poeta la ipotizzava o immaginava, ovvero i profilattici che
galleggiano nell’acqua del porto come meduse sono il rendiconto furbo di una
vita che svia, che avanza fiera della sua naturale costrizione. C’è un
linguaggio molto teso, scientifico quasi, dove “scienza” sta per esattezza di
sostantivo, di verbo e di aggettivo, non pedanteria, ma precisione, perché
essere precisi significa essere come il mondo che ci circonda. Un linguaggio
che intende rappresentare strutture d’insieme all’interno di poesie che si
prestano molto a dire un assoluto nell’immediato della sua presenza nel reale,
un’astante freneticità, multicolore e multiculturale, che sprigiona verità
d’impatto: «Roteando, pia e blasfema | centrifuga di lavatrice, | volge al suo
ventre, | altresì l’ombelico | per effimeri ed epici | trascorsi industriali»;
oppure «Decade dalla mia gronda | un gocciolio di ballerine | che infrangendosi
al suolo | innalzano una danza | schizzando dal pube | delle vergini
sinapsi.||» Procedendo in questo modo così esatto, osservativo, facendo del
significato l’assunzione di un preciso obiettivo a narrare, a raccontare, a
dire, l’Io del poeta accoglie le dinamiche dominanti della poesia, finendo per
parlare dell’amore, scandendo un ritmo di oggettività che sprigiona l’essere
nella sua interezza e negazione.
Non è l’amore…
Non è l’amore che non trovo,
è un sentire morto, annichilito,
pavido di desiderio appassito.
Non è l’amore che non trovo,
è la paura dei sentimenti
tra impalpabili, ordinari orrori.
Non è l’amore che non trovo,
è una nauseante umanità
per cui vomito inchiostro.
Non è l’amore che non trovo,
è l’arido fondo di una coppa
dove non scorre più il suo vino.
Qui non c’è da inventarsi più nulla, afferma Pietrangeli.
C’è la costatazione che “non è l’amore che non trova” che lo deprime, posizione
forte, quasi assurda, di chi non crede più nell’amore e fa del non amare una
potenziale virtù, ma è tutto quello che lo circonda a non dargli più quella
gioia di vivere, quella sensazione di partecipare concretamente a qualcosa. Un
poeta che sente la sua stagione all’inferno alla pari del fanciullo ribelle di
Charleville, che cantava la rabbia e la dissoluzione, la primigenia follia di
cui aveva saggiato tutti gli slanci e tutte le catastrofi. Non è l’amore che
non si trova, ma i presupposti di esso, cioè un desiderio impaurito, la paura
dei sentimenti concreti. Nella poetica di Pietrangeli non si può non osservare
una parte rilevante di essa in contatto stretto con il mondo femminile,
qualcosa che non è tanto un gioco erotico ma evidente trasformazione del
sentimento amoroso in lutto quotidiano. Nella donna, e insieme alla donna che
non più quella di una certa tradizione lirica, ma assolutamente è donna del
quotidiano, che s’incontra al bar, al cinema o sul litorale, quindi un’entità
che attrae per il suo essere ovunque, anche in chiesa, entità che purga e
acclama l’uomo a sé, vive una dimensione di profondo dissenso, di freneticità,
di rarefazione, di contraddittorio che spinge il poeta all’osservazione di un
fenomeno non più atipico ma successivo alle dinamiche del non corrisposto.
Qualcosa che è sempre amore, ma è allo stesso tempo sentimento al cloro,
rovinoso, come si legge nel testo dal titolo «Mobbing rosa»[6], un titolo che
non solo fa effetto, ma è l’effetto derivante da una prassi amorosa
sconclusionata, in cui il dare non corrisponde più al ricevere. E il viaggio, il
viaggio come meta non lo è più. Anche il viaggio riduce la sua allegria a pura
euforia del momento e il confronto con il paesaggio diventa qualcosa di spurio,
di consunto, a confronto dell’immensità che reca in sé l’animo del poeta. Una
caduta che Pietrangeli descrive osservandola su di sé, senza remore, senza
infingimenti: «Lunghe e marcescenti chiatte | all’inverosimile affollate | ed
io: a sbirciare sacchetti | sotto i veli di due donne; | costantemente
sgomitato | da anfetaminici camerieri | nella teiera affogati. | Più che il
paesaggio, | mi ritrovo inerte, | schiacciato ad osservare | quanti consumati
legni, | primi decenni corrente secolo, | attraversano il Bosforo | profumando
i pensieri.||»
Vi sono in Pietrangeli tutta una serie di oggettive presenze,
non tanto dei veri e propri correlativi che qui eludono la materia, ma
piuttosto delle situazioni oggettive del vero, del reale, che si spalmano
sull’identità umana come flussi intermittenti e pur sempre costanti di un
sentire l’esistenza nel gioco più audace dell’alterità. Ed è il modo con cui si
affronta l’amore. Un amore molto endemico, profondo, viscerale, a cui si crede
e non si crede, in cui c’è molta materia (lo sperma) e poco sentimento,
(“schizzi di sperma ramingo | che presto tutto renderà opaco | sotto un
astratto spessore di umido ||”); un amore che si consuma “nella breve imminenza
di scadente Natale”, che fa seguire tutta una quasi compiaciuta sofferenza, una
poesia che fa spettacolo di sé quando pronuncia un malessere che muove verso richieste
che non sono più ragionevoli, come di chi adolescente soffre sapendo di
soffrire solo lui, che in lui è tutto l’amore e non in altre cose. Si assiste
quasi ad un eccesso del dire, ad una realtà più che una verità: «Ti odio ed
altro non sono | che un amante immolato | sull’altare dell’amore.||». È reale
più che vero questo sentimento amoroso, ed è una fervida intuizione, una
efficace costatazione del tempo che ci attraversa. Come opportunamente si legge
nel testo dal titolo «Sesso e liberazione»: qualcosa che è grido, che è urlo,
qualcosa che deve per forza essere così, qualcosa che punta a trovare consenso,
ad essere la voce più pura dell’animo umano.
Sesso e liberazione
Necessito, privo di grazia alcuna,
di vorace ed inconsueto sesso
dove l’istinto genera desiderio
e i tuoi caprini, stagionati odori
saranno come un vomere
che mi rivolterà la terra
dagli abissi dell’inconscio.
Amerò i tuoi volgari,
improvvisi, arroganti sguardi,
gli esuberanti trasudati seni
sulla tua voce, ibrida e roca,
e godrò per fulminante,
lontano e sconosciuto,
universo del piacere.
Sarà un breve ed esaltante
viaggio organizzato
nel varietà delle stelle.
Qui viene raccolta tutta l’inanità del sesso, così
necessario quanto deludente. Ma si necessita, questa è la cosa fondamentale, si
necessita fare quello che non si dovrebbe, ed è la legittimità del piacere che
rende possibile tutto. L’amore, vissuto nella parabola del sesso; il tema del
confine come passaggio di vitali istinti, sono alcuni degli argomenti trattati
in questo libro da Enrico Pietrangeli, un poeta molto tormentato, un “poeta
ostinato”, come scrive nel testo «Esitazioni»[7], una figura che a primo
impatto può non piacere o addirittura sembrare uno scrittore che dice cose
scontate. Ed è, a mio avviso, nell’immagine del “soldato” che Pietrangeli dà il
meglio di sé, a testimonianza di quell’universale che intende costantemente
abbracciare, usando una figura storica che racchiude gli sviluppi dell’intera
umanità (soldato), elemento che connota il progressivo avanzamento dell’uomo,
del suo sentimento e della sua forma-pena. Decisivi nella silloge sono i temi
del tempo e della storia, tra loro opportunamente intrecciati. Non tanto gli
amori clandestini legati al letto del poeta – ultima delle novità letterarie
presenti nel libro −, ma la capacità di osservazione è quella che qui
sorprende, che solleva temi mai spenti, non del tutto chiariti nella coscienza
umana. Si assiste man mano ad una discesa sempre più profonda nelle pieghe
dell’animo umano, dove non personaggi ma persone vere, in carne ed ossa,
suscitate attraverso l’essenza delle emozioni, sono protagoniste di questo che
può definirsi il canto dell’imperturbata essenza. Si volge anch’egli, il
nostro, ad osservare quella che Mario Luzi definiva la “quiddità”, ovvero
l’essenza dell’uomo, un punto nevralgico, focale, che Pietrangeli non ritrova
nella fede, ma nel dolore imperituro, nel letto d’ospedale, dove la carne
rattrappita, gorgogliando nel catetere cupi miasmi, fa dell’uomo un
“circoscritto prigioniero”, un “naufrago nauseabondo”. Ecco la dimensione
impietosa, a cui sopra si faceva riferimento, emergere adesso nello scoppio,
potremmo dire, della carne, del volto, più che del cuore e dell’anima. La
disarmante condizione umana, questo è Pietrangeli, nell’essenza dei suoi testi
migliori. Ma iniziamo dalla storia. La storia di cui il poeta parla non è una
storia improvvisata, una storia dell’ultima ora, ma è una storia profondamente
radicata nella coscienza, una storia che non insegna più nulla, evidentemente
così come si deduce dai molti versi profusi, ma una storia in fiamme, una
storia che confluisce nell’immagine delle Torri gemelle a New York, che è
quella di un rogo che assomma attorno a sé secoli di storia, che fa da
contraltare alla storia bella fatta di ideali, mentre questa storia, presente e
ingombrante, che si muove come un dinosauro, non riesce a liberarsi dei
dissensi, è solo una storia infuocata, che brucia tutto, che non discerne, non
setaccia; è una storia che comunque ci è necessaria ma non è esaustiva di
quella volontà a redimere l’errore, a capire il giusto, a captare il vero senso
di uno sviluppo; una storia che qui è solo orrore, un qualcosa che sembra
dichiarare che sbagliare è ormai la sola cosa giusta che ci rimane.
In memoria dell’11 settembre
Stamani, per un’antica consuetudine,
oltre la coltre di nubi pigramente cullata
da un asfissiante scirocco, irrequieto
mi commuovo ed interrogo l’anima
per dissolvermi in un uniforme grigio
che tutt’intorno mi circonda il guardo
di trascorse stagioni, sospesi eventi
per speranze bruciate. E un odore
si disperde, lento ed assiduo,
in un’aria divenuta acre e rafferma:
sono innocenti carni sacrificate
che alimentano squali e vampiri,
macabri resti fanno contorno
al nauseante orrore del martirio.
Sembra che sia concime della vita,
ma restano solo terre del non amore.
Bellissima questa poesia, e struggente, efficace: “sono
innocenti carni sacrificate | che alimentano squali e vampiri ||”. Una formula
poetica che meglio non poteva rendere l’idea dell’attuale situazione
internazionale, fitta di conflitti interni ed esterni alle nazioni, dove le
religioni sono di nuovo al centro di una emergenza culturale, «per un dio
adulterato | esploso all’istante | dentro il condotto ||»; ma anche una formula
che sa andare oltre sé, fare luce su un sistema feroce, violento, fatto di
dittature morbide apparentemente impensabili. Altro tema è quello del tempo,
inteso come metafora conclusiva ma inconcludente dello stare al mondo, un tempo
che è ultrastoria, necessità dell’essere che si misura nel dolore e nella
morte. Un tempo su cui si distende una pellicola grigia, immagine di un
trascorso logorroico che muta costantemente l’identità del tangibile.
Al soldato – terza parte
Al muro dei dì alterni,
trascorsi a montar di guardia,
lascio alla memoria
clandestine cicche inserite
nelle ampie scanalature;
le chiamerei pure crepe
se non fosse per il fatto
che parte di uno stesso tempo
ci abbia logorato insieme.
Questa è la figura del soldato, una figura che determina non
più quella del combattimento ma della guardia costante, dell’attesa, come nel
celebre Deserto dei Tartari di Dino Buzzati, dove si attende si attende si
attende, ma nulla del nemico appare all’orizzonte. Una figura che indica gli
strati della memoria, le cicche accumulate, qualcosa che s’insinua nelle crepe
che non sono le fessure del fronte futuro del tempo, ma la sostanza stessa
dell’uomo, il logorio lento che il vissuto imprime sul volto dell’uomo. Tutta questa
dissertazione emotiva sul tempo e sulla storia Pietrangeli la fa confluire in
un assunto del sapere che si materializza nell’immagine del sangue, quello
vero, cioè quello che si perde, un sangue che è il nostro e non di altri, come
sunto dell’umanità. Qui l’alterità cessa di esistere e si rende univoca, si
plasma, si addensa in dinamiche che sono tutte uguali e del mondo, dell’essere
umano, “traverso contorti percorsi della ragione | tra i moti ondosi di un
incerto vivere ||[8]”. Un “dissanguamento” che riproduce il sistema del sapere,
del prendere atto, in una dimensione concreta dell’esistenza, nel motivo
dominante del vivere e dello stare all’erta. Un sangue che scorre, tutto e per
interno, senza enigma di parte, senza porzioni di sorte, senza tanto mistero
nel continuum equilibrio di forze che determinano anche la ferocia di questo
Istanbul come luogo dell’anima, in cui passano le emozioni quali uniche realtà
vive dell’uomo e per le quali il poeta “vomita inchiostro”, ed insiste ad
essere per queste stesse emozioni poeta, “ostinato poeta”.
Dissanguamento
Quanto sangue per conoscerci
e poi fallire nelle nostre paure,
ricordarci di uno scorso ideale
all’unisono palpabile: cenere.
Quanto sangue è già raffermo,
tinge la farmaceutica vetrina
quell’essenziale anticoagulante
che dall’amore curando deporta.
Quanto sangue era conoscenza,
un idillio per infiniti equilibri
sobbalzati in terra, tachicardia
con referto di decesso, amore.
[1] A D.R.:
«Champagne sul litorale, | a tarda sera, | s’insinua tra le onde | e si
dissolve | per le gasate bollicine | che altero lo devolvono | spasmo erotico
ansimante | che stride, urla e si dimena | percorrendoti il clitoride. ||»
(Vedi Istanbul, tra pubbliche intimità di E. Pietrangeli, p. 38; ed. Il Foglio,
(LI), 2007.
[2] Vedi G. Scartaghiande in Istanbul, pubbliche intimità di
E. Pietrangeli (p. 81); ed. Il Foglio, (LI), 2007.
[3] Vedi Shaykh Abdul Hadi Palazzi, in Istanbul, pubbliche
intimità di E. Pietrangeli (p.77), ed. Il Foglio (LI), 2007.
[4] Vedi testo in op. cit. a p. 12: «Scintille multicolori |
tornano al mio cielo: | spermatozoi morenti | nell’ancestrale amplesso. | E
mentre tu decadi, | dolce e innocente | pubertà di piacere, | di tal gioia mi
duole | il sol nerbo ferito.||»
[5] Vedi Emiliano Laurenzi, in Istanbul, pubbliche intimità,
di E. Pietrangeli a p. 80. (ed. Il Foglio, LI, 2007)
[6] Mobbing rosa: «Hai preferito un bigotto, | codardo cane
addestrato | che ti abbaiava, festoso, | per sghignazzare sull’osso. | Io ero
un cane rognoso, | uno che serviva a poco. | Non te l’ho dato, | latravo molto,
da solo. | Mai rinvenuto nel branco, | pronto a sbranare carne | con occhi
indulgenti | ossequiandoti servile. | Io pensavo, progettavo, | peroravo,
prestavo fede: | migliorare insieme. | E mai fu possibile. ||» (vedi in op.
cit. a p. 54)
[7] Vedi in op. cit. (p. 33)
[8] Vedi «Sostanze organiche», in op. cit. (p. 66.)
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