Istanbul. L’antica Costantinopoli.
Bisanzio. Città dai vari nomi, un crocevia tra Oriente e Occidente, un luogo
affascinante, dove splendore e decadenza s’intersecano tra il richiamo del
muezzin e santa Sofia, mentre i principi azzurri sono rimasti senza fiabe e
alla principessa si sostituisce una prostituta “cenerentola persiana”.
Istanbul come punto di riferimento per una
poesia di fatto itinerante, che spazia tra città differenti (Trieste,
“dannata frontiera”, Buenos Aires), luoghi dell’anima per un io
perennemente provvisorio, che omaggia Ungaretti pur sentendosene assai diverso
e omaggia i simbolisti, che chiaramente ama e ha interiorizzato.
È una poesia mistica e carnale insieme,
quella di Enrico
Pietrangeli , intrisa di pubbliche intimità che non scadono
mai nell’ostentazione del proprio intimo o nella volgarità, come succede spesso
nel mondo mediatico contemporaneo.
I sentimenti vi sono, ma non risultano mai
gridati, sono espressi attraverso il filtro della poesia che li riveste
d’immagini pronte ad uncinarsi nella mente del lettore.
L’elemento corporale, fisico, erotico
riveste un ruolo importante nelle liriche fin dall’inizio: “spermatozoi
morenti”, “profilattici in sembianze di meduse”nelle acque di Trieste, “schizzi
di sperma ramingo”.
L’erotismo è una componente
imprescindibile, ha una valenza liberatoria, esplosiva, è intimamente connesso
alla poesia, la pervade come a dimostrare che la vera umanità si radica nella
carne, nel sangue, nei sensi.
Le figure femminili, cui molte liriche
sono dedicate, appaiono belle, fascinose, depositarie di forte carica sensuale,
ma spesso fatali, ammaliatrici. Danno passione, suscitano primordiali istinti,
ma non sembrano esser donne che condividano il quotidiano. Offrono una passione
bruciante, che consuma e finisce presto cosicché l’io si sente un
sopravvissuto, “amante immolato sull’altare dell’amore”.
Il narrante è però un “ostinato poeta”,si
muove per sue vie molto personali e mai saprebbe concepire un’esistenza priva
di poesia, anche se questa posizione risulta controcorrente nella realtà
odierna, tesa a schiacciare o emarginare chi non ama omologarsi.
“Canto un disagio martire di esitazioni”;
“mi trascino dietro memorie che avrei voluto morte”. Cantore,
depositario di ricordi, evocatore, uomo del suo tempo che guarda anche alla
storia (si parla dell’11 settembre, di kamikaze senza dio con severa condanna
dell’estremismo), il poeta sa farsi sperimentatore in “Il pazzo” e “A mosaic”.
Nella prima le parole ritornano su se
stesse e si combinano diversamente in una sorta di danza, forse quella dei
dervisci rotanti, con una persistenza ossessiva, come se solo dal movimento
traessero vita ed energia.
E frammenti, immagini di vita sono le
liriche, che scorrono talvolta come fotogrammi, si susseguono e assumono
valenza emblematica.
Ecco la spiaggia di Capocotta:
“Dopo i trascorsi giorni
tra vento e pioggia,
gravita per questo mare
un soffice alitare.
Tutt’intorno più nessuno,
solo i resti dei capanni
maciullati dalle ruspe”.
Molto significativa “Non è l’amore”:
“Non è l’amore che non trovo,
è un sentire morto, annichilito,
pavido desiderio appassito.
Non è l’amore che non trovo,
è la paura dei sentimenti
tra impalpabili, ordinari orrori.
Non è l’amore che non trovo,
è una nauseante umanità
per cui vomito inchiostro.
Non è l’amore che non trovo,
è l’arido fondo di una coppa
dove non scorre più il suo vino”.
È la condizione del poeta a venir espressa
ed è la necessità della poesia – quella vera, pura – a venir ribadita.
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