Dalla diffusione del
geniale epigramma “M’illumino di provvisorio” Enrico Pietrangeli
potrebbe conseguire la fortuna letteraria che merita. Indovino un’intera generazione di precari pronta ad
appropriarsene. E dello splendido ricordo di un anziano Ungaretti orco
del carosello, in molti desidererebbero certo disporre in prima persona, e
averlo potuto condividere. Un poeta è anche un conservatore di esperienze
mancate da altri: per distrazione, assopimento precoce, o futilità nelle
ossessioni.
Pietrangeli è una specie d’apocrifo
scapigliato. La contiguità di vincoli affettivi, orgasmo, riposo, morte, lo
sgomenta, e come dargli torto? Un poeta è anche un nostro troppo simile.
Pietrangeli, al pari di Ungaretti, patrono designato della raccolta, ci sa
davvero fare con le città in quanto soggetti poetici. Con Roma e Istanbul,
perviene a un rapporto vertiginoso di mutua esplorazione in cui forma urbis
e forma mentis si conglomerano. La sua personalità letteraria ha
qualcosa dello stratificato disordine delle due capitali dell’impero romano.
Musicologo per vocazione, Pietrangeli è un poeta rock: non nelle pose, ma perché
dalla musica popolare americana ha assorbito quel desiderio incessante e vitale
di un altrove. Le varianti circolari e numerabili all’infinito del suo salmo
sufi Re Mix, mi è
venuta voglia di intonarle: non mi ha trattenuto la prossimità di estranei. Mi
convince meno il Pietrangeli
d’occasione, del suo Undici Settembre, ad esempio, o il neo futurista che
sperimenta l’HTML come infrastruttura sintattico-semantica. Atteggiamenti che
stridono col suo peculiare intimismo, il suo alchemico combinare estasi e
sfinimento, orrore della morte e cupio dissolvi, esaltazione amorosa e sulfureo
risentimento. Il Pietrangeli a nudo in pubbliche intimità nasconde
habitus sottopelle. Taluni suoi passaggi
possono dapprima sembrare meri riempitivi, acquisendo invece rilievo tornandoci
sopra. Sollecitano con amicale premura riletture. Il senso antico e seventies della strofa di cui dispone, distoglie
dall’affaticarsi in ricerche genealogiche per restituirgli poeti-fratelli della
sua generazione. Laddove altri giocano innocentemente
con le parole, Pietrangeli mescola pericolosamente umori. Le sue poesie d’amore
si direbbero scritte sul comodino in quei momenti di lucidità altrimenti
inattingibile tra il prodigio organico dell’orgasmo e il baratro atavico del
sonno. Ci sono sillogi poetiche adatte alla vigilia di una battaglia;
raccolte adatte al frammentato otium
metropolitano; volumi atti a lenire le disillusioni con i loro poetri [mantengo
il lapsus di digitazione] catartici; raccolte da tenere a portata di mano in
libreria come un farmaco antisintomatico nel cassetto; altre –ancora- compilate
per accompagnarci a lungo nella decomposizione. Ad Istanbul tra pubbliche
intimità mi appare indicata per ciascuno di questi usi.
Alessandro
Maria Carlini [fonte: Live City]
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