II brulicante frusciare della decomposizione, che è ancora vita.
L'ineffabile moto della rigenerazione. "Sepolcrale verme immondo/ che
delle marcescenti polpe/ dimori i labirinti oscuri/ mi divorerai lento e assiduo".
Ma subito dopo già: "Vorrei/ di riluttanti forme,/ dischiudere rare
bellezze/ ad oziosi tepori estivi". Deterioramento e rinascita, insomma,
prima che tutto diventi definitivo. Così crediamo di addentrarci nella silloge
di Enrico Pielrangeli ("Di amore, di morte", Teseo Editore,
pp.58, lire 15.000), tra i due poli d'attrazione intorno ai quali ruotano tanto
questioni di materia quanto di spirito. Si depositano in questi versi
"1’apertura spregiudicata alle esperienze" (Francesco De Girolamo,
nota introduttiva) ma anche i residui di un personale "inferno
contemporaneo" (come, preciso, Scartaghiande rileva in quarta di
copertina), comune alla generazione di adolescenti cresciuta nei tardi anni
'70. Una voce ferma, non propriamente disillusa, neppure nostalgica. Ancora
capace di mantenere una libertà vera, quella delle idee. (Elena Balbo)
Fonte: Storie n° 44 –
rubrica Zibaldone – recensione di Elena
Balbo
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