E' una silloge che mi ha particolarmente colpito per la facilità con cui
l'Autore parla di cose estremamente importanti ed epocali, quasi un profeta di
questi nostri tempi così schivi di semplicità, così angoscia ti da un mondo che
potrebbe essere diverso, ma che non può esserlo finché sarà considerato
solamente un supermerca-to universale dove anche l'umanità è soltanto una delle
tante merci in vendita. Il titolo è ricavato da una raccolta interna alla pubblicazione
che già da sola è un'opera compiuta, degna di essere stampata in proprio. Quasi
un manifesto, ma un manifesto di una musicalità suadente che evitando
compiacimenti gratuiti scava nell'animo umano e lo sorregge in questo suo
dibattersi tra i marosi di quest'epoca così bassamente morale ed eticamente
inconsistente. Il linguaggio di tutta l'opera è essenziale ma profondo,
contemporaneo ma antico nello stesso tempo. Antico nel senso migliore del
termine. Nel senso cioè della provenienza di un vissuto personale che nel
dispiegarsi dei versi diventa patrimonio comune di una generazione che, come
altre nel passato, ha tentato di scala re il ciclo e nel fallimento ne subisce
il destino e il fascino. Mi pare di riscontrare in tutto l'impianto dell'opera
un respiro, oserei dire, quasi biblico. Un respiro che si fa forte di una
consapevolezza ereticamente religiosa.
Quella che gli fa aprire la silloge con la poesia "D pazzo" che
ne è introduzio ne è filo conduttore. Quasi la morale favolistica di una
società superficiale, virtuale, forse inesistente. "E' un lago fondo e
chiaro / d'impeccabile innocenza / nobile e azzurra vi scorre / pupilla senza
più ragione / diritta scorge e solca / remoti labirinti d'animo / e ignudi
vermi che siamo / ci voltiamo ignorandolo".
Luigi
Tribaudino
Fonte: Corrente
Alternata n° 1-2 del 2002 – di Luigi
Tribaudino
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